Monthly Archives: January 2008

perchè a new york c'è il sole

…And if you’d ‘a took to me like

  a gull takes to the wind

well, i’d ‘a jumped from my tree

and i’d a danced like the king of the eyesores

and the rest of our lives would ‘a fared well…

Da quando ho il mac nuovo il mio divertimento maggiore è cliccare insistentemente il tasto F12 per far comparire le webcam puntate sulle più belle città del mondo.
Più d’ogni altra cosa penso che vorrei fare un viaggio, un viaggio di quelli con lo zaino e improvvisati, di quelli che torni quando ti va.  Ma non è voglia di evadere, è voglia di tornare.
Perchè poi non ho niente da cui evadere, qui va tutto splendidamente, e per una volta la parola serenità non va a braccetto con quel sottile terrore dell’imminente noia che mi ha sempre colpita quando tutto andava bene.

Nonostante la mia aria tranquilla dentro ho una specie di tumulto, qualcosa che gode dei momenti di caos, che ha desiderio di cercare e di non trovare, che ha sempre bisogno di un altrove e di qualcos’altro.
Eppure oggi mi sento a casa, e sapere di avere un posto dove tornare, un punto fermo, è bellissimo.



Advertisements

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

Quando ho sentito Mastella decantare una poesia di Neruda che Neruda non ha mai scritto, mi è venuto da ridere e ho finalmente capito che io non posso guardare i politici parlare in tv perchè poi gli rispondo, ci parlo, li correggo, concordo, sconcordo, e li apostrofo con una tale sagace e perfida ironia che è veramanete un peccato cada nel vuoto.
Mi sono scocciata di essere passiva, Grillo è un furbo deficiente, ho la nausea, quindi devo sfogarmi: allora ho scritto una lettera a Mastella, una a Prodi, una a Pecoraro e una a Veltroni.
Lettere di quelle col francobollo, intendo, tre delle quali poco gentili, ed ora mi sento moltissimo meglio, quasi non m’importa che le leggano, sono proprio soddisfatta. 

bello l'inverno però mo' basta

Questa mattina sono andata a dare il mio penultimo esame con la febbre.
L’ho passato, mi sono alzata col libretto in mano e addosso la netta sensazione che non me ne potesse fregare di meno.
Ma alla fine non è vero che non me ne frega niente: erano sei mesi esatti, da quando ho iniziato a lavorare in prefettura, che non ottenevo un qualche risultato universitario, e immagino che questo pseudo successo sia un modo per ricominciare.

Però però. Però vorrei solo aver finito, e mettermi a studiare quello che mi interessa oggi.
E’ buffo come cambino le passioni in relativamente poco tempo, quali altre strade prenderei adesso se avessi di nuovo 18 anni e dovessi scegliere che facoltà fare.
Mi chiedo se ci sia un momento in cui diventa troppo tardi, e probabilmente c’è, ma mi dico per fortuna non è ancora arrivato e ho davanti tante scelte diverse, tante possibilità.

In questi giorni a letto, tra una spremuta d’arancia e un aerosol, sbirciando l’arcobaleno di grigi-bianchi fuori dalla finestra, mi è venuta una gran voglia di primavera.
Ma mica una primavera qualsiasi. Intendo, propriamente, la primavera bolognese, quella di Villa Ghigi piena di fiorellini rosa e gialli, quella di quando stendi il telo sull’erba dei colli e ti fai venire le lentiggini al sole.

Va beh, arriverà,  e poi oggi sono lo stesso felice perchè Mastella è infelice.

la virtu' della sintesi

Gli album dei Pixies, l’astuccio da bambina delle elementari per ricominciare a studiare, sbagliare strada per l’università e ritrovarti davanti alla Prefettura come un neopensionato che ha lavorato quarantanni nello stesso posto, Bologna vestita di grigio, leggere Bulgakov fino a notte fonda, la sciarpa bianca che lascia i pelucchi sulla giacca ma tu la metti lo stesso, il salmone norvegese con le bacche rosa, il copripiumino dell’ikea con le sagome verde fluo, pranzare da Marretti, comprare una pianta grassa con spine lunghe 6 centimetri e metterle la cintura in auto sennò si fa male.
La parete di sughero con le puntine colorate che fermano ricordi freschissimi e polaroid sfuocate, sculettare da sola in camera ascoltando hit indie che spaccano, il pachistano sotto casa che ti tiene sempre da parte un peperone rosso e uno giallo perchè anche l’occhio vuole la sua parte, Klimt, la notizia della riesumazione di padre pio che ti fa buttare nella spazzatura il resto del pranzo, il nano che chissà dov’è, la monnezza di napoli chenonsenepuopiù, le elezioni americane e Pasquino sul giornale, mettere in ordine, mettere in disordine, ridere, stare sul vago.

la febbre, i ritorni e i buoni propositi

ParisIl termometro a mercurio, tenuto con ostinazione in posizione strategica sotto al braccetto, mi regala un 37.3° centigradi.
Che uno molto razionale direbbe che mica è febbre, quella, ma io NO, io ritengo che per me puo’ ritenersi  febbre, e percio’ sono ufficialmente piu’ che autorizzata a fare l’ammalata.
Ma un’ammalata di tuttto rispetto, appena tornata dalla Francia con una bottiglia di Bordeaux château nonricordoquale, e un qualcosa tipo 500 foto.
Ed e’ stato breve bellissimo e stancante lasciarsi affascinare da Parigi, dalle stradine di Montmartre, dai negozietti del Marais, dai quadri, e soprattutto dalle persone.
Perchè anche nella più bella città del mondo, è sempre la gente che ti sorprende piu’ d’ogni cosa, che più ti incanta.
E’ parlare inglese con i vicini di tavolo al ristorante, osservare i personaggi misteriosi e buffi che popolano le strade e la metropolitana, ascoltare le frasi, i modi di dire, il modo di ridere, i titoli dei giornali, persino i cartelloni della pubblicità, le sciocchezze.
Ecco, è  questo che ti sorprende e ti resta dentro, per sempre: le sciocchezze.
Come chiedere il menù ad uno che non è il cameriere, come portare una baguette come bagaglio a mano e farla passare ai raggi X, come ascoltare umberto Tozzi in duetto sul taxi che alle cinque e un quarto del mattino ti riporta a prender l’aereo, come come come…come tante cose.
E ora ricomincia la vita qui, e bisogna studiare eccetera,  e siccome ho avuto tantissime cose quest’anno, diciamo tutto, non mi permetto di chiedere nulla di piu’.
Faccio la bravina, promesso.