Monthly Archives: June 2008

E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Le onde – Ludovico Einaudi

Non una nota in più, non una nota in meno.

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look back at all the nights

On air:   Nina – We are Soldiers We have guns

Mi trascino per la casa mangiando ciliegie e guardando con sospetto il sole che batte su ogni cosa, fuori dalla finestra.
Metto dischi di trent’anni fa nello stereo Yamaha, in particolare ho una nuova passione per il live in Paris dei Supertramp datato 1979, mi crogiolo nello sfrigolio della puntina sui vinili, scrivo e dipingo pensando il meno possibile.
Credo, tra le altre cose, di avere perduto la mia lotta col dentista e così, domattina, verrò privata del mio primo dente del giudizio.

scraping the barrel

Cinque e quarantatrè del mattino.
Non ho dormito niente, ma per fortuna alle tre circa ho capito che la situazione andava quanto meno ottimizzata, così ho acceso la luce e mi sono fatta un paio d’ore di studio intensivo dell’economia internazionale.
Ho finito poco fa, roba da vomitare per due giorni, ma non una cattiva idea visto cosa mi aspetta nel futuro prossimo.
Adesso fuori c’è tantissima luce, ma quella luce umidiccia che mi ricorda l’Irlanda, ed una cornacchia è passata emettendo un verso di malaugurio che la metà bastava.
Guest star della nottata, una malsana, temibile inquietudine.

Potevo risparmiarmi di scrivere qui, ma penso che quando si raschia il fondo del barile sia giusto annotarlo.

steamy windows when we met

Indubbiamente Fourth time around di Bob Dylan è una canzone fighissima.
Nel frattempo i frullati alla fragola e la voce di Jens Lekman entrano a pieno titolo nelle cinque cose più amorevoli di questo giugno autunnale.
A livello universitario la situazione è tra il drammatico e il tragicomico, anyway…

When the fog comes rolling
through the avenues
something leaves my mind
gifted in November underneath
the elms in all the dying lines

The mirage and the echo
of the life we live
gently leaving me
break the fever, square the lines,
strange geometry

Enfants! Faites attention aux baobabs!


La pericolosità di un baobab è sempre sottostimata, ma mica si dovrebbe.
E se mi sono svegliata precisamente con questo pensiero, rivolto a quel piccolo principe e al suo pianeta, chissà quali complicatissimi sogni avranno "abitato" la mia notte…

Che poi a volte la lingua e le parole sono una cosa terribilmente  strana, e aveva ragione Javier Marìas quando scriveva che in inglese esiste un verbo, to haunt, che è sostanzialmente intraducibile e che pure è l’unico a definire veramente bene certe notti, certi momenti o anche interi periodi.
Si può definire haunted l’ultima notte del perfido Riccardo III prima della battaglia, ma quella lo è in senso totalmente terrorizzante, mentre forse a volte a visitarti sono anche "fantasmi" buoni, fantasmi di pensieri non paurosi.

Intanto, là fuori, piove, piove, piove.