Monthly Archives: August 2008

Comunque sono innamorata. L’ho scritto, eccole, le due parole. Con il comunque sono tre, ma insomma.

E ora posso di nuovo scrivere e dire che sto per mettermi a piangere, perchè questo esame mi sembra una insormontabile montagna che alla fine di tutto si abbatterà su di me, e la cosa è francamente ridicola.  Torno a studiare.

 

 

risoluzione

C’è un solo motivo per cui tengo aperto questo blog, anzi forse due, ma il secondo non è un vero motivo, è solo un sentimento di tenerezza alla vista di quel "2002" nella colonna dei post vecchi.
Credo di non essere più in sintonia con qualcosa di così tanto aperto, e l’idea che qualcosa in cui non mi vedo più possa essere la causa di come mi sentivo ieri pomeriggio mi risulta intollerabile.
E in fondo avrei solo due parole da scrivere, proprio due, e siccome non le ho ancora scritte ne evinco che questo sproloquiare è inutile e persino dannoso.
Ho voglia di far sparire tutto, tutto quanto, ma temo me ne pentirei, così forse potrei semplicemente non scrivere per un pò, finchè non avrò il coraggio di digitare lettera dopo lettera quelle due parole.

Devo pensarci.
happy now

venticinque agosto

Seduta al tavolino all’aperto del bar di Strada Maggiore, con davanti un pessimo caffè che a confronto con quelli Finlandesi è una gran bontà, leggo su Repubblica Rumiz citare Chagall, e intanto penso alle contrabbandiere sul confine polacco, penso all’Est, penso che è bello risentire un profumo dopo giorni in cui non lo senti, penso che avrei voglia di rifare il mio zaino con Bau appeso fuori e ripartire.

Ho voglia di quelle cose semplici che fanno la vita bella. Tra queste sono annoverate le bolle di sapone, e due occhi che sono felici di rivederti, mentre certamente non rientrano nella categoria gli esercizietti di economia.

 

 

Perchè poi, fondamentalmente, ci sono anche delle giornate un pò del cazzo.
Tipo oggi, per esempio. E si è ribellato anche il motorino.
Forse mi aspettavo che sarebbe stato un giorno diverso, ma non so nemmeno io diverso come, diverso e basta.
E sono un pò stanca, dei miei pensieri orrendi, dei miei sogni orrendi, e da capo again.
A volte mi sento di nuovo quella bambina, quella bambina là che non voglio essere più ma che forse sarò sempre.

If I could learn to lie
And never show my pride
I’d be just like the rest
Be someone I detest

bastevolezze

Una serata di buoni discorsi e di buon vino.
Poi, tornando a casa a velocità sconsiderata su un motorino senza parabrezza le cui prestazioni sono palesemente ai massimi storici, mi sono ritrovata buffi rigagnoli di lacrime a solcare le guance fino alle tempie. Ed era il vento, sia chiaro.
Perchè poi l’unica cosa davvero da lacrime, stasera, era il racconto di certi sogni e l’immaginare, oltre i sogni, le paure cristalline che essi nascondono.  Che tu nascondi.
Ed è bello scorazzare per le strade deserte, con l’aria della notte che fa arrotolare i capelli dietro al casco e fa venire la pelle d’oca, con i semafori che lampeggiano in sequenza, con la sensazione che qualsiasi cosa accada va bene così.

Ed ora, a nanna.

too much things

Tornata, avvolta di pensieri d’ogni sorta, ho sentito la voglia fortissima di salutare la città con un immenso abbraccio metaforico.
E così dopo pranzo l’ho percorsa tutta intera, da una parte all’altra, con un lunghissimo giro in motorino da San Luca alla Pieve del Pino, dal colle dell’Osservanza fino a Paderno. Ho continuato ad andare senza meta su per i tornanti ombreggiati, finchè, arrivata a Sabbiuno, ho lasciato il motorino appoggiato senza cavalletto al muro di cinta, sono corsa su per le scalette fino al bordo irregolare del calanco, e con un leggerissimo brivido ho allungato la faccia per guardare in fondo alla valle.
Ho raggiunto la muraglia di cemento su cui sono installate le mitragliette, l’ho aggirata e mi sono seduta con la schiena appoggiata sul suo lato volto al dirupo.
E mi sono sentita libera, con il sole del primo pomeriggio in faccia e la lastra bollente a scottare le spalle, il vento e nient’altro.
Ho pensato alle cose felici di questa settimana, alle città affacciate sul Baltico, a quanto sembrino distanti quando invece tutto è volato velocissimo.  Potrei scrivere il resoconto più lungo della storia dei resoconti, ma non varrebbe una briciola di quello che sento.
Restano le banconote stropicciate con sopra facce misteriose, un migliaio di foto, un maglione perso, un sacco di birre bevute, un cuoricino d’ambra, i giochi con lo zucchero, la marionetta triste e quella felice, una cuffietta invernale, i magnaccia e le mignotte, l’aeroporto più bello del mondo, le mongolfiere, il verde di Suomenlinna, il ferry boat, stare di merda sul ferry boat, le sigarette nel menù del ristorante, i letti che si rompono senza un motivo, i fuochi d’artificio sul
fiume e le gare di offshore.
Le zuppe medievali, l’imitazione di un’alce, dormire col piumone, gli occhiali maragli, tirare con l’arco le stradine di Tallinn piene di caffè che quasi mi commuovo, i risvegli, la gente all’aeroporto, la poltrona massaggiante, i pelmeni, le coperte colorate per stare nei tavolini all’aperto, i castelli che sembra di stare a Mosca, le spilline sovietiche, i negozi sovietici, i reperti sovietici, gli aerei da guerra sovietici, i missili sovietici, i sovietici che hanno rotto.

E le torte.
E le eclissi di luna.
Vedere in giro per la strada i Deep Purple, Billy Corgan e DIO.

Credo sia più che sufficiente.

ascolto un pò di vasco e il cuore muore

Ho la finestra spalancata sul cielo; 
dalla mia camera, verso la strada, risuonano canzoni dei Lunapop come fosse il millenovecentonovantanove, e forse, a guardar bene, è sul serio il millenovecentonovantanove.
Intanto la città, deserto infernale e bellissimo, è come un piccolo mondo che galleggia in un mare di lava a sua volta sospeso in un niente azzurro.

Oggi è venuto a trovarmi al lavoro colui che considero un fratello. E’ arrivato con una ragazza bella dal sorriso gentile, aveva la faccia da pirla felice, e allora sono stata felice anche io.
E’ bello parlare con qualcuno che ti conosce da dieci anni, è come rientrare dal mare aperto e gettare l’àncora in porto per un pochino, riposare quella parte di te che va sempre avanti e ha il pregio difettoso di non guardarsi mai indietro.

Conto i giorni che mancano ad un certo viaggio, li conto sulle dita e sorrido tra me e me accorgendomi che basta ampiamente una mano.

E poi ho voglia che sia domani.