Praga, parte quarta.

 

E’ il 2 gennaio, sono le quattordici circa, e aver dormito mille mila ore ci bendispone ad affrontare una questione importante: vogliamo noi tornare a casa, prima o poi? Lo vogliamo, sì, anche se non nell’immediato. Allora raggiungiamo la stazione ferroviaria Praha hlavní nádraží , che non è quella del nostro arrivo ma è più centrale.

Siamo prevenuti e un pò preoccupati perchè quando siamo venuti l’altro giorno è stato subito un gran casino: non si capiva niente, la stazione è fatta male, ci sono cinquemila uffici informazioni dove però ti dicono che le informazioni le devi chiedere da un’altra parte, al piano di sopra, al piano di sotto, no al piano di sopra, non qui, di là, non qua, non da me, io non parlo inglese, vada laggiù. Infine avevamo trovato la biglietteria internazionale, dove c’era una fila colossale su due sportelli, e ci eravamo messi in coda in quello che ostentava i simboli delle carte di credito.
Dopo mezzora di fila avevamo scoperto che lo sportello che ostentava i simboli delle carte di credito momentaneamente non accettava carte di credito. Giusto. Rifare la coda dall’altra parte.
Arrivati al dunque ci eravamo sentiti dire che il treno che noi avevamo intenzione di prendere non esisteva. O meglio, per loro non esisteva. "Non lo vedo", "Non esiste". Noi sappiamo che e’ impossibile, perchè da Sturbucks tra un caffè e una fettina di torta ci siamo segnati quegli orari controllando i dati di Trenitalia e delle ferrovie austriache, ma i cechi non lasciano spazio alle tue incredulità, per loro il treno non esiste, punto.

Dopo un giorno di congetture sul perchè e il per come, avevamo capito che per loro quel treno non esisteva semplicemente perchè arrivati a Vienna era necessario cambiare autonomamente stazione ferroviaria da Sud a West, e quindi non risultava come collegamento.
Quest’oggi, quindi, ci facciamo furbi e  ci facciamo fare il semplice biglietto Praga-Vienna per il 4 dicembre, contando di acquistare quello Vienna-Venezia arrivati in Austria.
Ovviamente era come immaginato, questo treno esiste e il biglietto ci viene fatto.
A. lo mette in tasca, sorride e dice che al peggio resteremo un pò a Vienna, io sorrido, dico che non sarebbe male affatto, anche se non credo realmente che possa succedere.

Risolta una parte delle nostre questioni burocratiche possiamo tornare ai nostri giretti, oltretutto ci siamo accorti che Praga non è piccola per niente, che ci sono miliardi di cose da vedere e che i nostri dormini di quindici ore ci hanno tolto tempo.
Andiamo in cerca del Museo del Comunismo, intendendo museo del comunismo in piena accezione ceca: ovvero il museo di quella merda che è stata l’oppressione sovietica.
La Lonely planet dice che si trova in un palazzo fatiscente affianco a piazza Venceslao, ma a noi sembra di non vedere nessunissimo palazzo fatiscente. In effetti non c’è, almeno esternamente, ed è invece in un interno di un palazzo belle epoque come molti altri, però rovinato da negozi trendy e altre diavolerie. Il simbolo del museo è una matrioska con la faccia cattiva, e per arrivarci bisogna salire uno scalone che somiglia a quello di un palazzo della Bologna bene. Arrivati in cima allo scalone un cartello con due frecce indica CASINO’ a sinistra e MUSEO a destra.
Il Museo del Comunismo di fronte ad un casinò? Questa è satira, dannazione.
Facciamo il biglietto studenti che costa 50 corone, visto che il badge dell’Università di Bologna viene accettato in tutto il mondo (tranne a Treviso), ed entriamo in quella che dovrebbe essere la Cecoslovacchia di qualche anno fa. C’è un ammasso incredibile di cimeli trash, A. mi scatta una foto tra il busto di Lenin e una statua di Marx formato gigante, sono perplessa. L’unica cosa che mi colpisce veramente di tutto il museo è un filmato che viene proiettato a ripetizione in una saletta buia, dove musiche tristi accompagnano le immagini delle rivolte, della Primavera, del crollo del regime.
Ecco, io cercavo questo a Praga, lo cercavo nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Ma devo constatare che non esiste più, se non in un filmato proiettato in un museo che ha di fianco un casinò.
Per la prima volta mi viene in mente la canzone degli Offlaga Disco Pax. Le strade della capitale ceca non hanno più niente che rappresenti quei decenni, non ci sono statue, non ci sono simboli, non ci sono nemmeno targhe. Qualche via ha il nome che ricorda una data, o un protagonista, ma un turista nemmeno se ne accorge.
Quel che ti viene sbattuta in faccia è la Praga imperiale, la praga della magnificenza asburgica, e quella dei meravigliosi caffè anni ’30. E’ più facile trovare tracce di secoli fa che dei decenni appena passati, e questo è incredibile. E’ come se ci fosse un vuoto di cinquant’anni che il paese ha voluto scordare, cosa che mi appare comprensibile ma anche triste.

Quando più tardi camminiamo tra le vetrine al neon di piazza Venceslao,  A., che deve aver rimurginato cose simili, mi dice: "Non è incredibile che questa sia la stessa piazza dove quei ragazzi del filmato si facevano massacrare per la libertà?". Annuisco e mi guardo intorno: hotel a cinque stelle, il palazzo a cinque piani di una discoteca che piace solo ai tamarri italiani, paninari, centinaia di agenzie di cambio. E la gente. Che poi la gente di Praga sembra non esserci, ma magari è solo un’impressione. Quei pochi che riconosci ti sembrano un pò volgari e superficiali, come se avessero assunto i peggiori difetti dei peggiori visitatori occidentali che hanno avuto.

Poi magari c’è la ragazza di un negozio di pupazzi fatti a mano che è talmente gentile che te la porteresti a casa. E magari c’è la cameriera del caffè del Municipio che ha l’aria stanca e le diresti di sedersi.
C’è di tutto, a Praga, ma se proprio dovessi esprimere un’opinione qualunquista sui cechi (senza ambire a dire qualcosa di vero o giusto) direi che sono asciutti, quasi sgarbati, e che forse hanno semplicemente voglia di fare anche loro un pò della vita banalmente superficiale che le nostre metropoli ci offrono da decenni.

Nel frattempo, fra questi giri e questi pensieri di sociologia spicciola, è venuta sera e ha cominciato a nevicare. Ne siamo felici, è bella la neve su Praga, e non ti fa nemmeno venire voglia di chiuderti da qualche parte. Anzi, già che ci siamo saliamo sulla torre della città vecchia, percorrendo una pedana a chiocciola moderna e ben fatta. Arriviamo in cima e sotto c’è la città illuminata che pian piano si copre di bianco, i fiocchi ci arrivano in faccia, è una sensazione piacevole e non so perchè ma lassù fa persino caldo. Ci sbaciucchiamo sbirciando i tetti e quelli che somigliano moltissimo a dei boulevardes parigini, scattiamo foto e perdiamo tempo.
Ceniamo in un ristorante ampiamente consigliato da una marea di persone. E’ imbucato in una zona centralissima ma un pò nascosta, si chiama Restaurace U Knihovny, pare si mangi benissimo e a prezzi molto contenuti. Lo troviamo, è un posto normalissimo, non bello come certi altri, ma ci offrirà la serata gastronomicamente migliore di tutta la nostra permanenza.
Siccome costa una miseria ci facciamo prendere dall’entusiasmo e ordiniamo due antipasti da dividere e due piatti principali, più le crocchette di patate che a Praga fanno ovunque e i gnocchi di pane, anch’essi tipici.
Dopo il camembert fritto annegato di salsa di mirtilli (eccezionale), e il mix di formaggi, io sono già stesa. Arriva tutto il resto e mi viene da piangere. Come farò? Cerco di ingozzare A., ma anche lui è pieno. Guardo con tristezza il mio meraviglioso piatto di carne e salsine, le crocchette, i gnocchetti… Mi prende un orribile senso di colpa, penso ai bambini africani, ai bambini cecoslovacchi dell’epoca comunista, alla guerra, alle razioni K… una tragedia immensa! Una tragedia che però ci costa assai poco.
Usciamo sconfitti ma contenti, e ci accorgiamo che qualcuno ha scritto sulla neve "Good Food"  indicando con una freccia il ristorante;  la solidarietà tra turisti può essere molto commovente.

Quella che segue la mangiata colossale non è stata una serata normale: è stata la serata del Lucerna.
La questione non è semplice come sembra, non abbiamo semplicemente scazzato posto, non abbiamo semplicemente mal valutato un locale.
Tutto è cominciato nei pochi giorni che sono intercorsi tra il momento in cui A. mi ha sottoposto un biglietto con una foto di Praga, una data di partenza imminente, un enorme punto interrogativo a indicare l’assenza di un ritorno, e in fondo la sibillina domanda "Accetta?"
Tralasciando la parte scontata in cui io rispondo, sono cominciati tre giorni di infruttuose ricerche circa serate indie, concerti indie, locali vagamente indie, o anche solo vagamente alternativi in quel di Praga. Non troviamo niente, ma pensiamo che magari arrivati in Repubblica Ceca ci saremmo impossessati di uno di quei bellissimi giornaletti che tutte le città del mondo possiedono, del genere Praha 2Night, What to do in Praha, e che lì ci sarebbe sicuramente stato qualcosa per noi.
Purtroppo no. Niente giornaletti, niente concertini indie, niente musica alternativa, niente di niente di niente. Solo house, discoteche tamarre e un pò di pessimo hip hop.

Ed è così che ci facciamo abbindolare dalla prima cosa che non includa la parola house o la parola Hip Hop: la famigerata serata anni ’80-’90 al Lucerna. La Lonely Planet peggiora le cose sentenziando che "sarà come essere nella Londra degli anni ’80".
Pensiamo: "Sticazzi! I Cure, I New Order…al peggio del peggio il brit pop! Andiamo!"

Dimentichiamo una sola cosa, l’unica importante: la canzone Tatranky degli Offlaga Disco Pax.

(…)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s