Praga, penultima parte.

 

Facendo il punto della situazione è la sera del 2 gennaio duemilanove, siamo partiti il 28 dicembre quindi siamo a Praga da 5 giorni. Abbiamo consolidato le nostre abitudini e personalmente ci sguazzo dentro meravigliosamente. Siamo contenti e riposati, perchè non abbiamo fatto del turismo di quantità ma di qualità, e ragioniamo nell’ottica che se non vedremo qualcosa sarà un buon motivo per tornare a Praga.
Viviamo in casa con il francese e i due studenti albanesi, e se con i due fratelli albanesi l’interazione è ridotta ad accidentali incontri in cucina, il francese non si è proprio mai visto.
Una notte ho visto la luce della sua stanza accesa, quindi so che c’è, ma è una specie di fantasma inesistente. Iniziamo a fare congetture sulla sua reale identità. Quando mangia? Quando va a farsi la doccia? .
Non si può dire che i coinquilini ci diano fastidio.
Oltre all’abitudine di chiudersi in camera appena varchiamo la soglia di casa, hanno il frigo vuoto, non usano lo scottex, e sembrano vivere di cetrioli. Poi scopriamo che fanno un’altra cosa meravigliosa: lavano decine e decine di paia di calzini tutti insieme (lo faranno 3-4 volte all’anno?), poi li mettono tutti infilati nelle fessure del termosifone ad asciugare. Un giorno è comparso ai nostri occhi questo termosifone stipato di un centinaio di calzetti tutti appallottolati, e io sia stramaledetta per non averlo fotografato perchè era bellissimo.

Quindi il due di gennaio siamo ormai abituati agli inquilini e a tante altre cose, non beviamo acqua da tempo immemorabile avendo sviluppato una insana passione per la birra ceca, mangiamo molto bene anche se con un chiaro sovradosaggio di proteine animali, e stiamo scattando un numero indecente di fotografie.
L’unica cosa che ci manca è un pò di buona musica, perchè a parte il miniscolo miracolo dei Belle&Sebastian dentro alla libreria inglese e i canti popolari da fisarmonica, non c’è stato verso di sentire una nota decente.
E’ così, con ingenuità, che finiamo alla serata anni ’80-’90 del Lucerna.
Per entrare si paga un centinaio di corone, 4 euro o giù di lì, il guardaroba ne costa 20 (80 centesimi?), e il locale è su due piani di cui uno è fatto solo per sbirciare la gente in pista.

Entriamo ed è panico immediato.
E’ la Macarena, questa? E questo è veramente Mambo n.5? Stanno realmente ballando e cantando Ricky Martin? C’è nell’aria un’ignoranza letale, ma non in senso buono.
Un gruppo di ragazzi inglesi entra e compare immediatamente sul loro volto una faccia terrorizzata.
Un altro arriva con la ragazza e si mette le mani nei capelli per la disperazione.
Brit Pop? L’inghilterra degli anni ottanta???
Io mi metterei a piangere ma poi succede qualcosa che cambia tutto: parte Mamma Maria dei RICCHI E POVERI, sul  megaschermo scorre persino il video, e la gente è contentissima e canta a squarciagola in italiano-ceco

…un gatto bianco con gli occhi bluuuu!!
un vecchio vaso sulla tivùùù!!

Guardo A., lui mi guarda, ridiamo e ci viene in mente come un fulmine a ciel sereno Tatranky degli Offlaga, ci diamo degli idioti per non aver capito prima, e decidiamo (decidiamo) che tutto ciò è talmente brutto da essere praticamente  bellissimo.
Passiamo il resto della notte sculettando, bevendo birra, e additando con pochissima buona educazione tutta la gente presente. La situazione musicale migliora un pò, e ci vengono elargiti i Queen e persino la persecuzione di tutti i nostri viaggi: i Depeche Mode.
Soltanto verso le due, dopo Barbie Girl e non so che altro, cediamo. O almeno, io cedo.
Non fumo e ho fumato 4 sigarette, ho bevuto due birre, abbiamo fotografato un pò di "raffinate" donne russe-ceche. Può bastare, anche se dentro di me so che una serata così trash è impagabile.

La mattina dopo splende il sole, il termometro segna -7° C, ed è il nostro ultimo giorno di vita praghese. Prendiamo la funicolare che porta alla bellissima collina di Petřín, sulla cui cima c’è la torre Petrínská rozhledna una copia della tour Eiffel costruita a Praga nel 1891 in occasione di non ricordo quale esposizione. La collina è un enorme parco con vista sulla città, e penso che d’estate deve essere davvero bello venire quassù a prendere un pò d’aria fresca. Saliamo sulla torre e vediamo quella che è probabilmente la vista di Praga più alta che si possa avere, e sotto il sole la città con i tetti bianchi è un incanto. Poi ci incamminiamo per un sentiero che costeggia il parco e arriva fino alla collina del castello, e durante questo tragitto facciamo una mini gara di corsa con un bambino di sei anni che non sa perdere e ci fa una linguaccia terribile.
Arriviamo al Monastero di Strahov dove entriamo per vedere le due meravigliose biblioteche dei monaci, e all’ingresso l’addetta alla biglietteria ci pone una strana domanda: "Intendete fare fotografie?". Getto uno sguardo ad A. che ha appesa al collo la poco discreta Canon e che con una spudoratezza inaudita sta dicendo che non intendiamo fare fotografie. Paghiamo le 50 corone del biglietto studenti e nel fare questo ci accorgiamo che sono previste ulteriori 50 corone nel caso uno voglia scattare le benedette fotografie.
Mi sembra una cosa assai buffa. Intanto saliamo e, tra fossili e altre diavolerie essiccate, ci troviamo davanti la bellezza sconcertante della Sala Filosofica e della Sala Teologica. Quest’ultima poi, è bella da commuovere, con i mappamondi di legno che perderei una giornata a guardarli.

Non ci è chiaro quale sia il segno di riconoscimento per chi ha pagato il biglietto anche per la macchina fotografica, ma deve essere una cosa molto evidente perchè una ragazza che evidentemente non lo possiede viene cazziata di brutto da una delle signore addette al controllo delle sale. Noi approfittiamo di questo momento per scattare fotografie a casaccio, fingendo una tragica tosse per coprire il cickcick della reflex. Tutto questo traffico segreto mi fa sentire una bandita e la cosa mi piace moltissimo.

Dalla collina del castello dobbiamo scendere fino alla città vecchia, sta tramontando il sole e una luce rosa tinge il cielo. Passano stormi di uccelli neri, come esuli pensieri nel vespero migrar. Che mi venga in mente Carducci a Praga è una vera indecenza e taccio la cosa al mio compagno di viaggio (ora però lo saprà, temo).
Fa freddo e ci fermiamo a bere dello svaràk bollente, che è una sorta di vin brulè che scalda tantissimo e che viene venduto in moltissimi banchetti ad ogni angolo di strada.
Sono circa le cinque del pomeriggio, il tramonto rosa continua e tinge il fiume, so che domani dobbiamo partire ma mi sento felice ugualmente. E’ andato tutto così bene, è stato un meraviglioso inizio d’anno.

Improvvisamente bisogna pensare alle cose da fare, allo zaino da ricostruire in un qualche modo inventando spazio per tutte le scemate che ci siamo comprati e i boccali di birra rubati, alle cose da mangiare per il lungo viaggio che ci aspetta, alle cartoline da imbucare…
Non mi dispiace partire, ma vorrei non fosse per tornare a casa. O forse vorrei tornare a casa sapendo di ripartire due giorni dopo per un qualsiasi altro luogo. Vorrei tornare per andarmene ancora. E poi tornare e via così, ma forse non si può, non può essere sempre una partenza.

Ho quasi finito.


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