Monthly Archives: March 2009

pensieri ottocenteschi

Devo studiare, lo so, ma ogni tanto non resisto e debbo lasciare i miei pensieri fare il loro corso. Così mi capita di mischiare le pagine cognitiviste, con le miei letture serali, e tutte queste insieme con le cose più propriamente mie.
L’accavallarsi indisciplinato tra solenne sobrietà della famiglia Buddenbrook davanti alla rovina, e il ricordo di certe notti che la mattina pareva di aver sognato, produce un buffo, graziosissimo, contrasto.
Certe cose sembrano così meravigliosamente ottocentesche!

Però io, lo so per certo, l’orrendo Signor Grünlich con i favoriti impolverati d’oro non l’avrei mai potuto soffrire, e di certo non l’avrei sposato. Come non struggersi d’amore per il giovane studente dai pensieri liberali? Al diamine la "ditta"!
Non si  vive, forse, per cose come fiori rubati eroicamente da giardini su cui imperversa il controllo di temibili vecchietti, e merendine notturne a fragole e ciliegie…?

you! me! dancing!

Io felice. E però anche viziata, viziata dalla domenica, quindi già clamorosamente in astinenza da un weekend che è passato tra pirouettes, vini rossi dell’osteria, scarpe che fanno male ai piedini, pomeriggi sul prato a guardare la città from above, calzette, e l’immancabile piumone. Ho persino scritto il testo di una canzone a riguardo, una roba tipo friday i’m in love però molto più scema e autoreferenziale;  se il mio chitarrista preferito decidesse di musicarla potremmo diventare ricchissimi, e far diventare ogni giorno della settimana morbido morbido.

E niente, oggi splende il sole, soffia un vento fortissimo, e sembra che sarà bellissimo per un pò.
La giornalista del piano di sopra, una tizia molto incline ad andare in loop, sta ascoltando la stessa canzone per la quindicesima volta, ma non posso e non voglio biasimarla, visto che anche io sono allegra e non riesco a levarmi dalla mente il motivetto di You! Me! Dancing!
La metterei a tutto volume se non fosse che siamo un pochetto all’erta perchè incombe sul condominio la minaccia delle benedizione pasquale, e nel caso suonassero il campanello la cagnetta ha l’ordine severissimo di comportarsi come una moderna Anna Frank nell’appartamento dietro l’armadio, mentre io tratterrò il respiro e sbircerò dallo spioncino la fine del pericolo.
Tutta quella luce là fuori mi fa venire voglia di duecentomila cose, mi fa venire voglia di tempo speso bene, e di rapimenti a scopo di pic-nic

irrimediabilmente pioggia

In giornate piovose e scure come questa vorrei vivere a Parigi.
Se vivessi a Parigi non me ne fregherebbe niente che diluvia e che tutto è grigio-marrone, perchè andrei a darmi un gran tono seduta in un bistrò leggendo qualcosa tipo Le canard enchaîné o Le Figaro, aspettando l’arrivo del mio amante mentre il grigio marrone darebbe al mondo là fuori un’atmosfera da film di Godard.
E si sa che a noi la nouvelle vague piace proprio di brutto, e pagheremmo tutto l’oro del mondo per avere fatto il ’68 francese, avere detto "merde" al Général De Gaulle, ed esserci sbaciucchiati un pò in qualche fumoso cinema bianco e nero.

Lo so che purtroppo non è il maggio francese, ma soltanto un piovosissimo marzo bolognese, però stasera si va a vedere cantare un tale, un tale molto molto nouvelle vague che vive tra Parigi e Los Angeles, quindi sticazzi.

promemoria

Il primo pomeriggio di sole da molto tempo, le ballerine ai piedi, appiccicarsi a lui che guida il motorino su e giù per i tornanti dei colli. E già sarebbe sufficiente, soltanto per questo varrebbe la pena di.
Stendersi sull’erba al sole, però vicini, che non è mica poi così caldo, baciarsi strizzando gli occhi e immaginare festival di musica indie nel pratone di Monte Donato. Affibbiarsi ridendo colpe che poi non sono colpe, e meriti che invece sono meriti "e se tu quella volta avessi…", "Due anni fa…", "Quella cioccolata, quella lettera, quel pacchetto in mezzo ai rovi…", "Tutta colpa tua, tutto merito mio"

I momenti in cui ogni cosa è al suo posto. Ma voglio dire proprio ogni cosa.
Come il cavallino blu comprato in quella bottega praghese, che se ne sta appeso esattamente dove dovrebbe stare, e non c’è altro posto al mondo dove starebbe così. Così era per noi, oggi.

Alla fine della sua festicciola di addio ho regalato a J. la mia copia della Luna e i Falò, lei non sapeva che libro fosse ma si è un pò commossa lo stesso. Non mi dispiace separarmi dalle mie cose, non ne sono gelosa: penso al mio Cesare Pavese in viaggio per la svizzera tedesca e la cosa mi rende felice.

E intanto è marzo…