Non calpestare i palmipedoni


Mi aggiro per il magico mondo del Grande Istituto Bancario-assicurativo curiosa e confusa come Alice nel Paese delle Meraviglie. E come nel libro di Carroll, mica tutto è meraviglioso veramente, anzi! Ma la novità è attraente e il sapere di non tenerci affatto ancora di più.
L’immenso complesso aziendale, ideato decenni fa da un tale che chiameremo E.M., e riportato con inopportuno orgoglio su ben tre plastici del luccicante atrio, integra oggigiorno anche il più recente (nonchè il più evidente) mostro edilizio di tutto lo skyline bolognese. Che vanto!
Il sito aziendale recita così:

Il complesso di  Via xxxxxxxx xx (…) racchiude ipotesi progettuali e tecnologiche che anche oggi si possono ritenere attuali e quanto mai valide. La modularità delle finestre (…), la facilità di suddivisione degli spazi e il contenuto spreco degli stessi comporta una sostanziale ottimizzazione dei costi  (…) Quando si ragiona con i “grandi numeri” l’utilizzo razionale degli spazi è fondamentale…bla bla bla…

(Quello di E.M. sarebbe capitalismo all’ennesima potenza, se non fosse per la spiritosaggine della toponomastica bolognese, che nonostante tutto e tutti, si fa beffe del liberismo economico continuando imperterrita a celebrare le vittorie sovietiche e altre simpaticherie di questo tipo)

In questi giorni mi sono più volte persa per questo colosso edilizio in cui tutti i dannatissimi corridoi sono identici fra loro, e dove gli stessi elementi decorativi sembrano ricorrere in maniera ossessiva senza alcuna variante.
Uno cammina cammina e niente, non varia il parquet, non variano nemmeno le targhette degli uffici i cui nomi, altinsonanti e generici sembrano un inno all’imbosco: "Ufficio GOVERNANCE". Eh? "Ufficio GESTIONE AFFARI INTERNI". Cioè???
Un pò come quando uno al liceo scriveva sulla giustificazione "assente per motivi PERSONALI".
E’ semplicemente fantastico…
Oggi poi ho scoperto che la mensa aziendale (ma in realtà sono due) è una catastrofe di odori da ospedale uniti al putiferio dell’aperitivo al Mambo nelle sere di punta.
La gente poi non ne parliamo, è un misto di yuppy che credono di lavorare nella Grande Mela, e di raccomandate in tacchi a spillo. Il tutto in salsa provinciale.
E se adesso rileggo quel che ho scritto sembra che io ne stia parlando male, ma non volevo, non volevo proprio per nulla parlarne male!
Tanto lo so che poi, come Alice, mi risveglio sotto ad un albero, in un parco di Copenhagen, con A. che mi racconta storie di brutti ceffi le cui orecchie a sventola possono uccidere

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