Monthly Archives: May 2009

ritrovamenti indegni

Allora, vogliamo parlare del fatto che nei bagni del Grande Gruppo Finanziario vengono rinvenuti perizomi abbandonati? No, non parliamone valà.
Oggi ho compilato il mio primo 730 e ho scoperto che devo avere indietro un sacco di soldini. Diciamo all’incirca il costo di un viaggio a Copenhagen di quattro giorni, volo e acquisti idioti compresi. Bene, ottimo, ci sono un sacco di weekend da qui all’eternità!
Comunque alla domanda se volessi devolvere il mio 8×1000 alla Chiesa Cattolica, l’espressione che si è dipinta sul mio volto deve aver somigliato all’incirca a quella della Medusa di Caravaggio, tant’è che il commercialista ha sogghignato e ha crocettato l’opzione Stato.
In questi giorni il lavoro mi fa sentire emarginata e triste, e sentirmi emarginata e triste mi fa diventare una psicopatica, quindi bisognerà darsi una calmata e smetterla di voler stare in contatto con il mondo ventiquattr’ore su 24.
Che poi non è che io voglia stare in contatto proprio con tutto il mondo, a me ne basta una piccola, piccolissima parte, ma non si può e adesso, Elisa cara, basta fare i capricci.
Ho passato la mattinata disegnando animaletti felici, e ho dato fondo a tutto il mio humor nel ritrovarmi sulla scrivania la richiesta danni di 30 mila euro da parte di una cretina che è caduta da sola dalla moto alla prima lezione di guida.

libera nos domine


Oggi la mia piccola amata Polpetta compie cinque anni. Cioè cinque anni di amore appassionato, e di odi fulminanti, cinque anni di dormite pelose, baci sbavosi, attese ansiose (sue) dietro la porta di casa.
Quanto ci amiamo, mia bellissima cagnetta…e non sono gelosa se tu ami anche qualcun’altro.
Certi triangoli (ma solo certi) non sono niente male.

Intanto sulla città incombe un sole magnifico, e mentre il palazzo nero evidenzia tutte le sue carenze progettuali assorbendo calore in quantità smodata, io pongo fine ufficialmente alla parte noiosa della giornata e decido di far fruttare il pomeriggio in termini di abbronzatura. Sui colli, in fondo, potrò esporre il mio pallore senza vergognarmi troppo e confido moltissimo nell’altitudine!
Almeno lì non verrà nessuno a chiedermi se voglio fare la ballerina di salsa, o a informarsi sul funzionamento della mia potentissima bicicletta…
Libera nos domine dal palazzo nero!

You got a four wheel drive
You got a kid and a wife
You got a pretty little country house
You got a job you hate
You get home to late
Do you remember what we used to say?

Oh my god, I’ll end up just like you

I’ve got a way to live
That pulls me apart
Will I always have a broken heart?
And if I ever grow up
And if I give it a shot
Will I remember what we used to say?

Oh my god, you will be just like me
In my heart, in my heart, still a kid

Che bello uscire dal lavoro tirando dei gran sospiri di sollievo, incontrarsi in bicicletta, dividersi una pizza seduti sull’erba dei giardini, con l’ultimo sole che scende e alleggerisce l’aria. Intanto, qualche metro più in là, un buffo cantautore nero intona strofe a metà tra Vasco e il carnevale di Rio, con un pubblico composto unicamente dal suo cane di nome Mami.
Queste sono cose che fanno sentire felici.
Come gli spriz a un euro, i centrifugati al kiwi e ananas, i baci, i vestiti bianchi, addormentarsi nel migliore dei modi possibili.
In mezzo a tutto ciò, scrivo i miei articoletti su commissione ma rigorosamente ignorando la consegna, come quando alle elementari la maestra dava come titolo del tema "Cosa voglio fare da grande" e uno finiva a raccontare tutt’altro.
C’è chi si laurea, poi, e quasi ti commuovi a ritrovarti tra le righe dei ringraziamenti della tesi, con il significativo nome di "ciambellina".
E poi, concerti in vista, esami da dare, chitarre bellissime in viaggio dal Regno Unito verso Bologna, tante cose…

I'll meet you in West Germany, October 1983

Andare al lavoro in bicicletta è bellissimo.
Il palazzo nero è a 15 minuti di viali alberati da casa mia, che considerate le ultime misere performances del povero motorino nero è praticamente un battito di ciglia. E poi pedalare in una bella mattina di sole fa sembrare tutto lento e meraviglioso, come se ogni cosa succedesse in un tempo più lungo e godibile.
E ora è soltanto pomeriggio, e anche se stento a crederlo sono già libera da tutto, dal palazzo nero, dalla burocrazia bancaria, dalle incombenze domestiche, persino dal pranzo.
Bevo gazzosa in terrazzo stando con le gambette allineate al sole nel tentativo di far loro assumere un colorito degno di maggio, e penso che stasera c’è il concerto di Andrew Bird a Milano, e la piccola P. è sempre più bella.
Sarebbe meraviglioso, con questo caldo, stare sdraiata in un parco di Stoccolma, con un succo alla mela in una mano, e certi ricci da scompigliare nell’altra, contemplando il volo molle da balenottere del cielo delle mongolfiere, facendo bolle di sapone che fanno ridere i grandi come fossero bambini, giocando al gioco delle nuvole.
Ma bisogna avere pazienza per certe cose…

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ecoincentivi

Chiedo un minuto di silenzio ufficiale e luttuoso per il mio motorino.
Non sta bene, no, ed è parcheggiato in garage, chiuso in un sofferente mutismo.
26mila chilometri non sono nemmeno tanti, ma sono anni di vita, e mi sento in colpa di non curarlo.
E poi sul parabrezza ci sono le nostre lettere, e poi e poi.

Cose magnifiche.

E’ meraviglioso come possa tornare vivo, intenso e perfetto, qualcosa che è successo un anno fa, e che già poche ore dopo sembrava impossibile da credere, immerso com’era nella nebbiolina dei colli e dei sogni.
Basta sedersi su quella panchina ancora una volta, con la città sotto, le stelle sopra, la basilica illuminata. Identico ad un quadro di Chagall.
Basta chiudere gli occhi, come quella notte, non guardare e respirare un profumo che riconoscerei fra miliardi.
Fingere di non sapere, ancora, com’è fatta la tua bocca, o il tuo naso, o le tue guance.
Farmi abbracciare, annusare, guardare.
Poggiarti il mento sulle spalle, toccarti i ricci, emozionarmi.

E tra quell’attimo e questo, in uno spazio-tempo che è sembrato brevissimo, baciarsi sul territorio di 10 paesi.

di molto

Pomeriggio soleggiato, bellissimo, torno in casa, metto su il disco degli Shout Out Louds side A, e da brava scrivo i miei articoletti giornalieri, poi già che ci sono scrivo anche all’onorevole Versace per dirgli che è un pò stronzo, e cerco di fare ordine e di costruire cose, anche se io e la colla a caldo mica andiamo tanto d’accordo.
E nei prossimi giorni devo verbalizzare voti, smettere di chiedere aiuto quando al lavoro non mi viene qualcosa, smettere di aprire ogni cinque secondi l’email aziendale sperando di trovarci chissà cosa che mi liberi dalla noia assicurativa (ma non s’è mai visto arrivare niente di divertente su un’email aziendale, dovrei saperlo), smettere di bere duecento caffè schifosissimi della macchinetta, occuparmi con sempre maggiore amore dei fiori del mio terrazzo per farli diventare i più bei fiori da terrazzo dell’universo esplorato, e poi, a questo punto, potrei sedermi sull’erba, respirare la primavera, ed essere felice e basta.
Perchè ce n’è di molto motivo.

cambells shortbread teddy tours


Sono le cinque del mattino. Poco fa abbiamo sceso le scale insieme, un pò intontiti e con il segno del cuscino sulla guancia; ti ho consegnato le chiavi del mio motorino che non va più mica tanto bene, e tu te ne sei andato facendo un gran rumore nel silenzio notturno della strada. Durante il nostro lungo riposino diventato sonno, ogni tanto mi svegliavo pensando di essere sola, e mi accorgevo, tirando un gran sospiro di soddisfazione, di non esserlo affatto. Ti sognavo, ma eri anche lì, mi è sembrato un lusso di altissimo livello!
Adesso albeggia dietro i tetti scuri, un uccellino mattiniero cinguetta, la piccola P. se la dorme beatamente, ed io sono sveglia e riposatissima, come avessi dormito centomila anni e fossi pronta per il più lungo viaggio mai esistito.
Ascolto una canzone dell’ultimo progetto di quello stronzetto di Stuart Murdoch, mi faccio un caffè amarognolo nella tazzina rubata a Bar Italia, ci annego dentro un biscotto londinese a forma di orsetto, 30% di burro che si scioglie sulla lingua e fa sentire allegri…
Fuori il cielo si è fatto un pò rosa, ti immagini essere seduti sul molo di una qualche città del mondo?

In here it's always Friday

Che bello fermarsi ad aiutare un signore tedesco con la cartina di Bologna in mano, tutta girata al contrario, e sentirsi ringraziare in maniera buffa. Che bello pensare che un tale ubriacone stia girando per la città con un mio braccialetto a palline rosa.
Che bello aspettare qualcuno che ami seduta sul muretto di piazza Santo Stefano, e poi dividersi una birra fresca, pensare al venerdì in arrivo, mangiare un gelato in una cestina piena di cioccolato fuso, sporcarsi il muso, ridacchiare e piacersi tanto.

Al momento dell’atterraggio su suolo bolognese, quando la strampalata hostess ryanair ha maleficamente detto "…bentornati a casa", ho pensato che insomma, io di tornare mica avevo tutta sta fretta.
Che uno può stare anche tutta la vita a convincersi che Londra sia una cartolina grigia con un ponte e una torre, ma poi succede che ci vai e il ponte e la torre non li vedi nemmeno, ed è tutto un putiferio di cose colorate e persone colorate e cieli azzurri anche questi inspiegabilmente colorati.
E non riesco nemmeno a dispiacermi di non esserci stata prima, perchè è stata la migliore Londra che avrei mai potuto avere, perchè c’era lui, e perchè siamo stati indecentemente felici.
La nostra casa di Bloomsbury, farci le fototessere in bianco e nero nella macchinetta del rough trade, non vedere neppure una delle cose che bisogna vedere, e invece passare il tempo a viversi la gente e i mercatini, a mangiare noodle cinesi comprati per la strada, a fotografare persone con calze fuxia e turbanti verdi, a comprare occhiali cretini, uva lercia e pesche da pronunciare nectarines sennò la venditrice si incazza.
Addormentarsi alle otto di sera e svegliarsi la mattina dopo, entrare con entusiasmo bambinesco in tutti i negozi di chitarre di denmark street, farsi il bagno in una vasca con le bolle, mischiarsi agli affaristi della City in pausa pranzo, prendere duecentomila bus rossi, e cercare di far venire l’alba in un inquietante Bar Italia, parlardo male dei giocatori d’azzardo, e rubacchiando tazzine.
E poi uno atterra con l’hostess che dice bentornati a casa, va a casa, dorme un’ora, e poi con un sonno da restarci secchi gli tocca di andare a lavorare nel Grande Gruppo Finanziario. E non va nemmeno in moto lo scooter, e quando arriva là scopre con orrore che gli hanno pure allungato il contratto.
E mentre maledici tutto l’universo, pensi che la mattina eri a Londra, e ti tornano in mente tante di quelle cose che ti viene da sorridere come una cretina nel vuoto…