estemporanea ed irritata recensione di Bartleby lo Scrivano.

Pur dubitando che si tratti di un rischio plausibile anche solo il fatto che qualcuno arrivi alla fine del post, è corretto che io avverta il lettore che in questa sede si svelerà in parte o totalmente la trama di un libro di cui, comunque, non vi potrebbe fregare di meno.

Ho un problema con Bartleby, io.
Voglio annotarlo qui, e annotare le mie considerazioni su di lui, perchè benchè non lo sopporti, in un certo senso ne colgo l’importanza.
Niente da appuntare a Melville, il racconto è ottimo, ma non mi spiego, non mi capacito, di come quell’essere ignavo sia stato assunto a simbolo della rivolta studentesca.
Per mia ignoranza non conoscevo chi fosse questo Bartleby, e quando ha iniziato a comparire sui tutti i muri di Bologna, la cosa mi è dispiaciuta. Ma come? Io non conosco quest’uomo che sarà sicuramente un eroe, un poeta rivoluzionario, o un pirata, o il personaggio utopista di un qualche libro sudamericano?
Oh come mi sbagliavo! Il simbolo della rivolta giovanile, la persona a cui è stato intitolato un intero spazio di resistenza, è una sottospecie di inviduo che appare afflitto da una qualche forma di autismo, incapace di lottare, incapace di ribellarsi al di là del suo ottuso avere preferenza di no.
Nelle prime pagine questa ostinazione nel preferire di no, questa geniale autodeterminazione di possibilità (cioè rispondere ad un ordine con un diniego "per preferenza", come a dire "grazie, ma scelgo di no"), mi era piaciuta moltissimo, perchè appariva come una dimostrazione di forza, di astuzia, di elevazione.
Un sottoposto che risponde ad un ordine dicendo che in fondo, grazietante, ma preferirebbe di no, "I would prefer not to", è una cosa meravigliosa.
Una qualsiasi persona di modi garbati e buon senso resta annichilita e non trova spazio neppure per l’irritazione. Come si può, infatti, reagire a qualcosa che scardina tutte le nostre più elementari considerazioni sull’ordine delle cose?
Ecco, questa parte è sublime, ma poi pian piano si scopre chi è realmente questo Bartleby, questo scrivano che non ha più voglia di copiare, che non ha voglia nemmeno di scendere le scale, che continua a contemplare i muri di mattoni fuori dalla sua finestra e semplicemente preferisce di no.
Ci si può intenerire, sono d’accordo, davanti alla miseria della sua esistenza, davanti alla povertà, ai pranzi consumati a dolcetti di zenzero, alla mancanza di un qualsivoglia rapporto umano (chissà?)… ma non ci si intenerisce più, anzi, ci si offende, quando questa imperturbabilità si trasforma in scemenza, in maleducazione sfrontata, e soprattutto in irrazionalità assoluta.
Nemmeno davanti alle offerte più vantaggiose (nemmeno davanti all’offerta di girare il mondo per diamine!) Bartleby si smuove. Imperturbabile, sciocco, senza passione.
Come si può prendere a modello, uno stupido che si lascia morire praticamente di fame, in una galera in cui è voluto finire lui stesso? E’ un suicida, Bartleby? Nemmeno.
Non ha aspettative, lo dice persino, non ha desideri, non ama il cibo, nè i viaggi, nè l’ozio. E’ un ratto.
Sa soltanto cosa preferirebbe non fare, e a me sta propriamente sul cazzo.

2 thoughts on “estemporanea ed irritata recensione di Bartleby lo Scrivano.

  1. anonimo

    hai ragione, che rivolta è quella del negarsi?

    però il racconto è una favolosa discesa negli inferi, in una lingua evoluta e magnifica sia in inglese che nella traduzione di celati

    buonanotte

    Nico la libraia

    Reply

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