Monthly Archives: March 2010

안녕 primavera!

sunday

Il primo gelato dell’anno sa di mandarinoyogurtfragola.
E si mettono i piedi scalzi tra la sabbia, e si fanno le foto del cielo che finisce nel mare in otto gradazioni di blu.
안녕 Primavera, ti aspettavamo!
Penso ai pic nic, alla pizza seduti in piazza santo stefano, alle Baleari, alle notti sculettanti dell’hana-bi.
Penso a quanto è bello passare tempo con te.
Mi sento gioiosa e felice, e odio il palazzo nero e spero che esploda.

sogni

Sono ormai dipendente dagli scrittori russi.
Ieri sera, per addormentarmi, ho dovuto frugare nella libreria alla ricerca di qualcosa, e ne sono uscita con Le anime morte di Gogol’.
Il risultato è stata una notte di sogni opposti, che ricordo perfettamente e questo è assai inspiegabile.
Uno di questi sogni era orribile e bruttissimo e tremendo. Ho sofferto tantissimo, e pareva tutto talmente vero da morirci di crepacuore.
L’altro invece era uno dei miei famosi sogni di viaggio, quindi un bel sogno anche se un pò tormentato.
Andavamo in bicicletta per l’Europa, con uno zaino pieno di strani vestiti. Tutti erano allegri.
Si passava vicino ad una prigione da cui venivano rilasciati detenuti che avevano finito di scontare la pena, e per la curiosità ci siamo fermati a guardare.
Ad ogni detenuto veniva lasciato in dono dalla prigione una specie di serpente d’acqua, vero, vivo, che però fuggiva appena si trovava all’esterno, e alcuni finivano fra le nostre gambette poco vestite.
Erano serpenti innocui, ma io che stavo a guardare questo spettacolo ne avevo un pò timore.
Mi sono svegliata stanchissima, stravolta, senza comprendere con certezza se le cose orrende del primo sogno fossero davvero immaginarie.
La P. è voluta uscire di corsa, e io non ho fatto in tempo a rendermi conto di niente.
Soltanto quando mi sono trovata al parchetto, in pigiama, a guardare la scemetta fare i suoi bisognini, ho capito che è un martedì qualunque, non è successo niente di tremendo, e non ci sono anguille che vogliono salirmi addosso. E però, ahimè!, non sto nemmeno girando l’Europa in bicicletta.

Del perchè assolviamo Raskol'nikov e Sorel

(Come al solito, a dispetto del fatto che in questo paese non legge nessuno, avviso i pochi naviganti che questo post svelerà in parte o completamente la trama di Delitto e Castigo.
Bel problema, direte voi…! )

E’ incredibile, i miei sogni notturni vanno di pari passo con la redenzione di Raskol’nikov.
Dopo le fatiche di ieri alla festa per il funerale della Saracca, ho sognato che due vecchie pidocchie si erano macchiate di un qualche delitto, ed io le scoprivo e le trascinavo con violenza verso la stazione di polizia.
La stazione di polizia non era piena di carabinieri, ma bensì c’era un ispettore ed un giudice istruttore, e tutti erano russi, e furbi, e non parlavano napoletano.
Cosa mi significa tutto ciò? Che dentro di me Raskol’nikov è innocente, che non ha compiuto nessun misfatto.
Che, è forse un misfatto uccidere due pidocchie strozzine e sceme?
L’unica sua colpa, d’altronde, è aver fallito il colpo, non essere riuscito nemmeno a trarne vantaggio, non essere riuscito, infine, a resistere, a mentire, a salvarsi.
Purchè finisca presto, piagnucola Raskol’nikov, ogni volta rischia di esser scoperto.
E non sembra nemmeno interessargli di ritrovarsi in prigione, di essere punito, smascherato, svergognato.
Dentro di sè non c’è colpa, c’è solo questo castigo accettato come inevitabile per non essere uno di quegli "eletti" delle sue teorie.
Il castigo, se arriva, arriva per non essere un Napoleone, per non essere uno di quellii che possono spargere sangue in nome di qualcosa di grande.
Eppure è lui stesso, che recita e ripete la sua confessione, che si denuncia, si condanna.
Ma quanto è dolce, quanto è di redenzione la scena finale nei boschi della Siberia?
Raskol’nikov che si getta ai piedi della sua Sonečka, e loro che guardandosi tra le lacrime comprendono di amarsi -ma lei l’aveva compreso già!- e in un attimo tutto cambia: c’è un futuro! Sette anni sono sette giorni! C’è qualcosa da sperare, una vita nuova da cominciare, una rinascita, l’amore!
E’ struggente, e dolcissimo, questo amore senza baci o sesso, che nasce in mezzo alla condivisione di un dolore, di una sofferenza, di una miseria reciproca.
Sonja che lo segue nel suo castigo, in capo al mondo, per semplice destino.
E’ inaspettato un finale così luminoso, e pieno di speranza, dopo tutto quel soffrire, e sperare che "finisse presto".
E per noi mai sarà colpevole un Raskol’nikov, mai sarà colpevole chi soffre tanto della propria normalità, della banalità della propria vita. Mi tornano in mente le manie di grandeur di Julien Sorel, la sua voglia di emergere, il suo desiderio di essere qualcuno e di emanciparsi dalle piccole grettezze della vita quotidiana e della miseria.
E se penso all’orrore che mi procura la gente di oggi, la maggior parte di chi mi circonda, la televisione, i rappresentanti orgogliosi di una ignoranza itaGliana tutta particolare, penso a quanto li amiamo questi Raskol’nikov e questi Sorel!
Li amiamo e li assolviamo, perchè c’è dentro di loro e dentro la loro intelligenza qualcosa che è esattamente bontà e meraviglia del mondo.

sunday

Qui si fanno i giochini con i pyssla.
Si fanno arcobaleni e tastiere e operai che fabbricano cuori.
E appena tornati già si ha voglia di ripartire.
Si prenotano biglietti aerei da ottoeuro che fanno pensare ad una primavera calda,
a cappelli di paglia, a spiagge deserte.

Abbiamo sei anni, o venti in più?
Mi piace da morire, con le nostre domeniche pomeriggio anebodesi, non ricordarmelo più…

 

l'inverno di pietroburgo

La piccola p. ringhia alla neve dal suo cantuccio caldo.
Guarda fuori dalla finestra e borbotta un lamento arrabbiato, offeso, come un bollitore che sta per esplodere.
Siamo uscite poco fa, per i suoi bisognini da cagnetta, e deve essersi ben congelata considerato che la neve le arrivava al collo!
Fuori c’è la mia auto celeste sommersa di bianco, gli alberi ancora senza foglie con i rami pronti a rovesciare giù il mondo, e qui dentro ci siamo noi due e le orchidee perplesse.
E perplesso è persino il bulbo di fiore ignoto che ho trovato abbandonato per terra in una piazzetta di Amsterdam, e che proprio l’altro giorno è spuntato nel vaso in terrazza! Un fiore salvato dagli spazzini di Spui! Chissà che fiore è?

Stanotte, mentre fuori imperversava questa specie di bufera baltica dal nome amabile, non riuscivo a chiudere Delitto e castigo.
Continuavo a leggere avida e curiosa, in ansia, sconcertata.
E’ un periodo in cui non riesco a staccarmi da Dostoevskij, dai suoi principi Myškin e dai suoi Raskol’nikov.
C’è qualcosa, nel suo modo di raccontare, che ha su di me l’effetto di un incantesimo.
C’è qualcosa, in Rodja, che ti fa domandare: non potrei forse anche io?
E ora sono in ansia per il suo destino, ma il titolo del romanzo, in fondo, dice tutto.

Potrebbe essere un inverno pietroburghese, questo che non finisce più.

the hat is on the head

Magari dovrei stupirmi se ogni volta che andiamo a Londra finiamo per riempirci gli occhi di sole.
E dovrei stupirmi di tornare a casa, e trovare una sorta di stramba neve di marzo.
Ma in un certo senso mi sembra tutto normale, tranne forse la neve di marzo.
Domenica mattina, camminando per Brick Lane, ridevamo felici, ed io ho comprato un cappello un po’ inglese.
C’era una quantità sconsiderata di gente colorata, i musicisti per la strada, i mercatini vintage
dentro vecchie fabbriche di mattoni, odore di cibo, le proteste anti pellicce, la birra,
incomprensibili giochi da tavolo condotti da buffi signori indiani, il cielo azzurro limpidissimo,
la fila fuori dalla panetteria.
In quel momento ho sentito distintamente che era il posto per noi, e che no, non si poteva essere
più felici di così, in una domenica mattina di quasi-primavera.

Voglie di Londra, avevo scritto?
Non faccio in tempo a desiderare qualcosa, che qualcuno combina le cose in maniera perfetta.
Come un Totoro che dalla foresta sistema tutto, però più bello (e più magro, diciamo).
Brick Lane, Spitafield Market, chitarre, vestitini, dischi, letti londinesi… mi batte il cuore.