Monthly Archives: May 2010

Poco fa, ferma ad un semaforo dei viali con Polpetta a bordo dello scooter, mi sono trovata davanti uno di quei signori che lavano i vetri.
Avrà avuto nemmeno settantanni, ma ne dimostrava molti di più, come tutte quelle persone che hanno avuto una vita poco semplice. Camminava sulla corsia di sinistra, su cui brillava una freccia verde, ed un idiota a bordo di una auto gli ha suonato il clacson con violenza per farlo spostare.
Aveva tratti nepalesi, o tratti simili a come io penso siano i tratti nepalesi.
L’ho guardato piuttosto a lungo, e lui si è fermato davanti a me, mi ha fatto una specie di sorriso, e ha cominciato a canticchiare una strana nenia, accompagnandola ad una piccola danza, e dandosi il tempo agitando un barattolo di chewingum pieno a metà.
Tutto questa scena sarà durata sì e no venti secondi, ma io ho pensato moltissime cose, e poco prima che diventasse verde, ho fatto in tempo a chiedergli da dove venisse, e lui ha detto India, e ha aggiunto un qualche altro luogo che non ho capito.
Ho fatto finta di sì, però, perchè mi dispiaceva.
Poi è diventato verde e tutto l’ambaradan di macchine alle mie spalle ha rombato minacciosamente.
Per tutto il resto del tragitto ho continuato a pensare a questo signore che potrebbe essere mio nonno, ed è lontanissimo da qualsiasi cosa che possa essere chiamato casa.
Pulisce vetri a gente nervosa, con una specie di sorriso malinconico, e di tanto in tanto intona una cantilena che qui nessuno ha mai sentito.
Mi ha lasciato addosso un desiderio fortissimo di umanità.

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I love you like a madman
I miss you all the time
I wait for the morning
I will wait all night

Un semisole, i wave pictures di sottofondo, ed è quasi l’ora di andare al lavoro.
E’ ancora presto per i miei vestitini rossi a pois.
E’ ancora presto per Berlino, per riabbracciare i nostri crucchini preferiti, e per tutte quelle partenze.
E’ ancora il tempo delle cheesecakes cucinate insieme in un pomeriggio di diluvio.
Ma ieri, seduti sull’erba umida dei colli, si poteva guardare la città dall’altro, e spingere lo sguardo lontano lontano,
oltre gli aerei in volo tra New York e Mosca, in fondo ad un cielo limpidissimo,
La birra fredda, il sole di traverso, e noi giù a storcere il naso sbirciandoci la pelle pallidissima.
Attorno ragazzetti intenti a ripassare per l’esame di maturità, coppie con guide di viaggio da leggere ad alta voce e piccoli principi a mo’ di ombrellino.
Che voglia di avere caldo, di scalciarsi di dosso il lenzuolo durante la notte, di dormire vicini sull’erba e non bagnarsi il culetto!

E’ martedì dodici maggio duemilaotto.
Qualcosa stringe il tempo.
Scrivo qui sopra "ho voglia di una marea di cose che però devono aspettare", e intanto penso il contrario.
Se avessi saputo cosa stava per succedere, mica avrei avuto quell’aria lì, un po’ preoccupata.
Avrei fatto i salti, e le capriole, avrei baciato la P. sul muso, e mi sarei mangiata un gelato alla fragola, se avessi saputo che poi c’eri tu.

Ho voglia di caldo, e poco importa se poi me ne pentirò e farò le gnoline dicendo che ho la pressione bassa.
Ho voglia di cuocermi, di treni vecchi senza aria condizionata, di paesaggi assolati, di mare blu, dei balcani attraversati da qua a là, del portogallo, delle isolette greche, del marocco, dell’africa con le giraffe.
Siria, Giordania, Turchia, i koala, i baobab!
Santo cielo, datemi del sole!
Io, intanto, impasto la pizza con amore e faccio finta sia dicembre.

pour parler

Una pioggia di quarantotto-ore, dicevano. Per l’appunto.
Metto gli stivaletti di gomma, e porto fuori la P., che non ne è nient’affatto contenta e finge di soffocare. Attricetta da quattro soldi!
Sotto la luce rosata dell’ombrello, con le gocce che cadono in qua e in là, guardo i piccioni gonfiare le penne, e litigarsi pezzetti di pane lasciati da qualche vecchietta a cui piace inzozzare i parchi.
Non sono gentili, tra loro, i piccioni. Ce n’è uno che zoppica un po’ e gli altri lo scacciano, non vogliono che mangi, lo spingono lontano a forza di agitare le ali e minacciare becchi. E’ uguale a loro, ma è come se non lo fosse.
La scena mi fa infuriare, scatena il mio senso di pietà, li faccio volare via tutti con un gesto perfido, e così il piccione zoppetto può avvicinarsi e mangiucchiare la sua parte.
Corriamo a casa, con l’ombrello che ci fa da vela, e la voglia di asciugarci da tutto quell’umido e anche da tutta quella cattiveria tra bestie, così naturale e così drammatica al tempo stesso. E ora siamo qui, tra articoletti da scrivere, cuscini, caffé, intimismi.
Mi sento allegra, e anche se continua a piovere, e anche se è maggio ma continua a sembrare novembre, io mi crogiolo nelle poche cose che contano, negli incontri "magici" per la strada, nel nostro eccitato progettare partenze, nel tepore di pomeriggi piovigginosi passati a dormicchiarsi vicini.
Mi fa ironia questo inverno che non vuole rassegnarsi, non c’è niente che possa fare per durare ancora molto.

maggio

Si ritorna sulla spiaggia di Marina, e poco importa che oggi la primavera giochi a fare l’autunno.
Si sculetta, si canticchia, si mangiucchiano foglioline di menta, si sotterra la nostalgia.
Si corre dopo il lavoro a comprare i biglietti di un concerto che abbiamo desiderato tanto, e a cui dobbiamo molto.
Si ottengono le ferie, e si può iniziare a lanciare pensieri amorevoli su viaggi itineranti, su mari, continenti che finiscono, treni a vapore, paesini bianchi, metropoli da girare in bicicletta.
Ho voglia di caldo, di cieli stellati, di panorami che fanno strizzare gli occhi.
So che saremo felici, ovunque, e questa previsione di felicità mi allunga brividini per la schiena.
Avere le possibilità aperte a qualsiasi cosa, pure, mi commuove.