Bologna-Ancona-Patrasso-Killyni-Zakynthos-Kyllini-Patrasso-Igoumenitsa-
Kerkyra-Igoumenitsa-Bari-Dubrovnik-Mostar-Sarajevo-Spalato-Ancona-Bologna.

Potrebbero volerci migliaia di righe per annotare anche solo una minuscola parte di tutto questo viaggio
 splendido e lungo.
Impossibile, invece, comprendere in un solo racconto tutto quanto va dalla pace quieta di due persone
che fanno il morto sulla superficie caldissima del mare greco, al suo opposto: la soddisfazione stanca,
sudata e lercia di arrivare in Bosnia nonostante i traghetti mancanti, i treni a vapore, i bus notturni, eccetera.
In mezzo, il mondo intero, o qualcosa di molto simile.

L’avevamo desiderato e pensato come un viaggio di contrasti, un mix di cose diversissime che però
sentivamo di poter amare con la stessa intensità; non immaginavo quanto tutto questo si sarebbe poi
mescolato nella mia testa, per diventare una sola unica cosa, un’unica umanità che contiene il micino nero
e magrissimo di Corfù, i segni indelebili della guerra sui muri di Sarajevo, il venditore di cartoline della
stazione di Mostar, la Lula, l’odore umido dei panni stesi tra una casa e l’altra, i banchetti del miele,
le tartarughe, la ragazza canadese, gli zingarelli scalzi, il nonnetto bosniaco, il mare più bello mai visto,
la stanchezza, il caldo, le risate.
Un bestiario meraviglioso e struggente, talvolta buffissimo, talvolta anche doloroso, commovente, eterno.
E’ stato un viaggio incredibile, e noi siamo stati bravi.
Guardo le fotografie, ritrovo Grecia, Croazia e Bosnia; ma per me, nonostante le differenze, questi nomi
non significano più molto. Esiste un tutt’uno, esiste il nostro viaggio, ed esistono tutte quelle persone
che abbiamo incontrato, che abbiamo trovato amabili o detestato, con cui abbiamo condiviso
i cinque minuti di qualcosa o le lunghe ore di una traversata passaggio ponte.
Sola nella semplicità di casa, mi sento stranissima. Per tanti giorni siamo stati in due, a dividerci angoli
di paradiso e difficoltà, e adesso mi manchi, mi manca il mio compagno di viaggio, le nostre cose, i baci.

[ La prima notte a Sarajevo il canto pesante e trascinato dei muezzin mi ha svegliata di colpo.
Mi sono tirata su, piena di suggestione, ho sbirciato con un velo d’ansia la finestra sul tetto,
spalancata sul nero punteggiato di stelle, e ho ascoltato quell’incrocio di canto e preghiera
provenire fortissimo da tutte le moschee della città.
Era la Bosnia, ma poteva essere qualsiasi posto del mondo: Istanbul, Damasco, Amman.
Mi sono raggomitolata vicino a te che mi batteva ancora forte il cuore. ]

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