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20 gennaio

Nevicano fiocchi bagnati e cicciotti, che si sciolgono a contatto con i tetti, l'erba e l'asfalto.
Quasi quasi finisce gennaio, che mi pare cominciato da 5 minuti.
Ecco, sarà così questo 2011? Volerà via alla velocità della luce? Avrò la tosse per sempre?
Compro libri che parlano di viaggi, di paesi caldi, di avventure in qua e in là.
Sbircio di continuo la cartina geografica, e aspetto la primavera, anche se so che è un po' presto per tutto.
Di notte sogno procioni che fanno amicizia con la Micia Pippa.
Spero che venga una valanga di neve bianca, che compra tutto, e ci blocchi sotto al piumone per almeno un mese.

flu

Quest’ultimo è stato un anno talmente denso di partenze e ritorni, da non poter finire in nessun'altra maniera se non così, a Istanbul, con te.
E a forza di cercarla l'abbiamo trovata, la nostra città dei sogni, appena dietro i traghetti greci, le moschee di Sarajevo e i ristorantini balearici.

Chi lo sapeva che sul traghetto che da Eminonu va a Kadikoy, ci si può commuovere fino alle lacrime guardando la sponda occidentale della città con i suoi mille minareti e gli alti palazzi decadenti dell'antica Pera, stagliarsi contro il cielo azzurro denso di gabbiani, mentre l'Asia si avvicina?

Si rimane a bocca aperta davanti a questo spettacolo pazzesco, con il mar di Marmara che si fa improvvisamente blu, e in testa il pensiero pirla che la scia bianca lasciata dalla nave somigli in maniera evidente ad un cordone ombelicale, un cordone che ti lega per sempre a quella stramba e immensa città.

Sulla sponda asiatica, in mezzo a stradine strette dove il sole filtra di lato, ci si ritrova immersi in un mercato dove vengono venduti pesci dalle squame di un blu misteriosissimo, barili di olive luccicanti verde intenso e nere, e spezie pungenti in tutte le tonalità del rosso.

Istanbul è i suoi vecchi cappotti lisi dal taglio sartoriale, la strampalata nostalgia di qualcosa, la cesta piena di mele cotogne all’imbarco dei traghetti, la nobilltà sui volti rugosi degli anziani, il grigio dei giorni di pioggia leggera, il celeste accecante, i gattini con un occhio solo, la nostra finestra affacciata sulla moschea blu, l’odore del narghilè alla mela, il vecchietto con la bilancia su cui ci si può pesare a pagamento, i locali di lusso al settimo piano, il canto dei muezzin alle cinque del mattino, lo starnazzare dei gabbiani intorno ai minareti, quello stronzo di Mehmet, i pescatori sul ponte di Galata, il çai a tutte le ore, le stradine in salita, l’Asia, l’Europa, e avanti all’infinito.
Istanbul è tutto quanto.


E’ iniziato il 2011 così, a metà di due continenti, con un viaggio stupendo.
Adesso ho la febbre, tanto tempo per riordinare le fotografie, e per ricordarmi ogni singola cosa.
Non so bene cosa succederà quest’anno e a tratti ho timore di tante cose, ma ho anche fiducia e curiosità, e un gran bagaglio di felicità accumulata.

Intanto, spero mi amerai anche se ti ho attaccato l'influenza