Monthly Archives: August 2011

calma e caos

Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi.
In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro
e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.
[Tabucchi, Viaggi e altri viaggi]

Questo è stato il viaggio più lungo che io abbia mai fatto, e ora ho bisogno di tempo per riprendere contatto con le cose di sempre, per raccogliere insieme i pensieri di tanti giorni avventurosi e caldissimi e felici.
Così faccio compensazione rileggendo Tabucchi, liberandomi da impegni, ciondolando dal letto alla doccia al letto, baciando molto la cagnetta, dormendo, guardando le fotografie, lavorando poco e male.

Ora che ho disegnato l’itinerario su una mappa, mi pare che siamo stati completamente matti a ideare una cosa del genere, eppure, per un qualche assurdo motivo tutto ha funzionato.
I treni si sono rotti centomila volte, abbiamo perso le coincidenze e i traghetti ci hanno tenuti bloccati nei porti, ma per uno strano sortilegio balcanico ogni cosa è andata esattamente nella sua casellina prevista e tutto è andato alla perfezione pur andando a scatafascio, una vera assurdità.

Abbiamo dormito per terra sul ponte dei traghetti, abbiamo dormito nelle cuccette dei treni, in meravigliose soffitte affacciate sui tetti, sul molo dei porti in attesa di navi, sui sedili scomodi dei pullman, in begli ostelli di legno, in case con il patio affacciato sul mare, direi ovunque.
E noi ci stavamo bene, ci stavamo come dio, e ad un certo punto abbiamo accettato che nei Balcani non funziona mai niente come desideri, ma che comunque anche se la cosa richiede più tempo del previsto, tutto finirà a meraviglia e tu ti sentirai distintamente felice.

Abbiamo fatto il bagno nel mare greco più azzurro che si possa desiderare, camminato di nuovo per le strade di Istanbul piene di gente e gabbiani e caffè, passato 35 ore su un treno di tre carrozze abitato da saccopelisti di tutto il mondo, dormito beati in un pomeriggio di pioggia a Belgrado, fatto la fila insieme ai cittadini di Sarajevo per il pane caldo e profumato delle sette di sera, girato per Hvar con un vecchio maggiolone arancione, e salvato almeno due micini. Prendere quello che viene, come viene, dormire per terra, e poi trovare morbidissimo un letto qualsiasi. Fare il bagno nel mare, al fiume, sotto una cascata. Scarpinare su per una frana, non fare niente di niente, cenare con l’equivalente di un euro, cenare con tagliolini allo scoglio. Baciarsi da pazzi, essere troppo lerci per baciarsi. Contrasti balcanici.

Mi piace pensare che ci sia un momento preciso in cui ogni viaggio viene riassunto, un attimo centrale, perfetto, in cui si possa condensare tutto l’intero percorso, con cui si possa ricordare in un attimo, venti giorni di pace, caos, piccoli sconforti ed entusiasmi.
Quel frammento, stavolta, è per me il cielo di Ikarìa, la notte, io e te che tornando a casa in motorino, su per le strade montagnose dell’isola, ci fermiamo nel niente, togliamo i caschi, guardiamo in su, e scopriamo che sopra di noi c’è la cosa più pazzesca che abbiamo mai visto, trilioni di stelle nel buio immenso dell’Egeo. La-via-lattea.

Un cielo così è semplicemente una cosa da morirci secchi, e per me è il condensato di quello che è stato questo viaggio: un viaggio freak, caotico, faticoso e luminoso. Il viaggio che volevamo, in tutto e per tutto simile a come siamo noi in questo momento della nostra esistenza, un viaggio da indossare come la bella tunichetta di cotone blu che ti sei comprato a Sarajevo e che mi piace da morire. E’ stato bellissimo portare a termine una cosa così fica insieme a te.

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