Monthly Archives: December 2011

can’t change the color blue

Per Natale tu ed io ci siamo regalati due libri che sono quasi un manifesto programmatico: disegni di mari che già abbiamo attraversato, mappe di isole sperdute negli oceani, posti che mai vedremo o forse anche sì, chissà. Tu, sulla terza pagina dell’Atlante delle isole remote mi hai scritto quattro righe bellissime, mi hai chiamata Elisa e ti sei firmato Andrea, che è una cosa che non facciamo mai, e adesso solo a sbirciarle mi sento felice.
Così non m’importa se oggi devo tornare al lavoro; mi basta ricordarmi che fuori luccica un bel sole su un cielo gelidamente azzurro, senza nuvole, senza foschie o pensieri, e che fra meno di cinque giorni saremo a metà strada tra il mar dei caraibi e l’oceano atlantico, sull’Isola delle isole, a bere un delizioso mojito che ci farà venire la dissenteria.
Nel frattempo sorgono progetti per la costruzione di elaboratissime scacchiere da backgammon autoctone, si dorme pomeriggi interi avvolti nel piumone, si guarda con sospetto al mistero delle orchidee che fanno i boccioli a dicembre, e si va al cinema a guardare film muti dove cani portentosi salvano il proprio padrone dal suicidio. Poi, all’uscita dalla sala, si balla ridendo il tip tap sotto ai portici insieme ad una marea di altri sciocchi sconosciuti fantasticoni.
E’ un bell’inverno mite, ma noi presto fuggiamo via per un po’, sotto al tropico del cancro.

Soundtrack


Per la prima volta in dieci anni di blog, anche io voglio donare al mondo una mia Indie Christmas compilation.
E’ ovviamente stucchevole e arricchita da band più o meno sconosciutissime, di modo che nessuno possa accusarmi di essere commerciale.
Eccola qui, buon natale a tutti, e in particolare a te.

1 Lacrosse – No more lovesongs
2Forest City Lovers – If I were a tree
3 Strawberry Whuplash- Picture Perfect
4 The Postmarks – Let Go

5 French Films- Take you with me

6 Mat Kearney – Dancing in the dark

7 Said the Wale – The light is you
8 Memoryhouse – To the Lighthouse

9 Emily and the Woods – Steal his heart

10 The Postmarks- Goodbye

11- Very Truly Yours- I’d Write You a Song
12 Parachutes- Paper birds

la nostra personale interpretazione di manovra finanziaria

Meno tre giorni a Natale. La cagnetta è in calore, si sveglia alle tre di notte desiderosa di andare al parco, cerca i maschietti, piange, si infuria, pretende di annusare ogni singola traccia organica presente nel prato incurante del gelo e del buio e infine si deprime.  Allora io la bacio e le dico che in fondo i maschietti non servono, ma lei sa benissimo che non è vero e mi guarda storto.
Nel frattempo io ho l’influenza, una marea di qualcosa bloccata in testa e apparentemente impossibilitata a smuoversi; sono drogata di oki, tachipirina, e fluimucil all’odore di zolfo da inalare tre volte al giorno con aerosol. Ecco, in questa situazione da lazzaretto niente, niente al mondo è più consolatorio del pensiero di un certo biglietto aereo per l’Havana su cui c’è il mio nome, e di quell’altro identico su cui c’è il tuo.
Questa è  la nostra personale interpretazione di austerity: togliere all’Unicredit per dare Cuba, e mi sembra proprio un’idea vincente, la vera manovra finanziaria perfetta!
Abbiamo voglia di vedere l’isola com’è adesso, prima che il mondo entri nel suo isolamento obbligato, e si porti via per sempre gli ideali, le macchine d’epoca, le contraddizioni, le ingiustizie e le cose giuste. Prima che il mondo arrivi con i suoi cartelloni pubblicitari, con il benessere, con il superfluo, con la libertà di andare e venire, con l’oppio dell’abbondanza, con i soldi e le possibilità.
Non sto dando un giudizio di valore, non sto dicendo che Cuba è perfetta così, per carità, ma Cuba è un’idea, un progetto, un tentativo; Cuba è qualcosa, a differenza di tanti posti che non sono niente, e io voglio vederla com’è ora e non come sarà quando sarà diventata un posto come tutti gli altri.
In questi dieci giorni bisogna curare i buchetti nel soffietto della Adox, riempire lo zaino con tre vestitini, dieci rullini, medicine per il male al pancino, e i sandali; studiarsi la mappa, i treni, i pullman, le cose da fare e da non fare, rispolverare il mio fluentissimo spagnolo.
Sempre che il muco asserragliato nel mio cervello lo permetta.

le grandi aziende

Mi pare di aver capito che nelle grandi aziende ci sia una certa attitudine a mettere in bilancio copiose voci di spesa volte a finanziare corsi ridicoli e incontri di gruppo imbarazzanti, cui sottoporre di tanto in tanto gli ingenui dipendenti. Oggi per esempio ho passato l’intera giornata insieme a dei colleghi adulti a fare giochi veramente idioti sotto lo sguardo serissimo di una psicologa costruttivista. Da questi giochetti imbecilli è emerso che sono una persona assertiva, che pare sia una bella cosa, e discretamente manipolatrice, che a volte è una cosa buona e a volte no (dipende dal mio fine, mi ha detto la psicologa).
Ma il momento più profondamente imbarazzante della giornata è stato quello in cui ognuno doveva ricevere dai colleghi una serie di aggettivi atti a definirlo come persona. Difficilissimo trovare per dei quasi totali sconosciuti termini che non risultino dei sottili e crudeli insulti, evitando di utilizzare i pietosi passpartout linguistici “semplice”, “solare” ed “estroverso”.
Non ricordo nemmeno precisamente cosa abbiano detto di me perchè ero troppo intenta a scavare il pavimento con i piedi, ma mi sembra di aver sentito cose come iperattiva e curiosa, che francamente mi sembrano aggettivi più consoni ad un criceto.
Che senso ha sottoporre la gente a queste stronzate? A conti fatti, l’unico risultato di questa giornata di giochetti di ruolo è stato rendersi conto che le persone con cui dividi quotidianamente buona parte della tua giornata, non hanno la più pallida idea di chi tu sia, e tu non hai la più pallida idea di chi siano loro.  Confortante!

letture serali in un dicembre caldissimo


soundtrack: Sweetheart – The Wave Pictures

Lunedì di pioggia e di sciopero, un lunedì di dicembre in cui devi sperare di esserti messo da parte una scorta sufficiente di cose belle in giorni migliori, di aver fatto la formichina di felicità. Così, da brava, ripesco i bei pensieri del weekend, il concerto bellissimo dei Wave Pictures, la foto di famiglia in ordine d’età sulla scala di una Torre dopo un pranzo in collina, la domenica pomeriggio avvolti nel piumone, gli sputacchi di Polpetta al mattino, il liquore di fichi d’India, i progetti di viaggio ancora indefiniti ma lo stesso tanto consolatori. Insomma, ciò che potrei chiamare il mio personalissimo rifugio antiatomico.
Intanto, nonostante la pioggia di oggi, è un inverno caldissimo, senza neve, con i ciliegi fioriti in via Orefici, un inverno strampalato e indeciso che fa venire voglia di scappare al calduccio o al freddissimo, in un qualsiasi luogo che abbia una sua certezza.
Prima di addormentarmi leggo sempre qualche pagina del libro che Emilio Rigatti ha scritto su un viaggio in bicicletta da Trieste a Istanbul compiuto insieme a Paolo Rumiz e Francesco Altan. Ho già letto questa storia raccontata da Rumiz, ma è incredibile come un punto di vista diverso renda diverso anche lo stesso identico viaggio. Le storie balcaniche hanno su di me un fascino insuperabile, mi prendono alla gola, mi fanno battere il cuore. Mi ha colpito moltissimo vedere che anche Rigatti, come è capitato anche a me, ricorre spesso al termine “sortilegio balcanico” per spiegare quella strana magia talvolta benigna ma a volte anche malvagia che aleggia in tutti i paesi della penisola, e che è in grado di modificare a suo piacimento l’andamento del tuo viaggio, l’andamento del mondo intero. Quando viaggi nei paesi dei balcani hai come l’impressione che le regole dell’universo esplorato non valgano più, si alterna in te l’attrazione e la repulsione per tutto, ma alla fine resti, e se te lo chiedessero vorresti restare per sempre. Le cose più profondamente commoventi della mia vita le ho viste lì, e persino il paesaggio, rigoglioso come quello bosniaco o desolato come quello bulgaro, è intriso come di uno struggimento, di un pianto e di un riso, di tutto.
Le migrazioni, le invasioni, e la guerra, hanno impastato la terra balcanica e l’hanno resa quello che è, cioè uno dei luoghi più affascinanti, crudeli, generosi, difficili, ma anche accoglienti, che si possa incontrare al mondo. La Bosnia è un paese a forma di cuore, un cuore fagocitato dalle fauci della Croazia, e forse la geografia una volta tanto sembra dire qualcosa. A Sarajevo mi sono sentita a casa dal primo attimo in cui sono scesa dal pullman, e ho gettato un’occhiata intorno, dalla nuovissima Avaz Twist Tower alla linea tristemente nota dell’Holiday Inn, con i suoi colori tutto sommato bruttissimi, manifesto perfetto di tante cose. Penso che chi non colga la bellezza infinita di Sarajevo e dell’intera regione non abbia cuore, e se ce l’ha non sappia usarlo. A questo punto meglio cavarselo dal petto, buttarlo nel water e tirare lo sciacquone.

nostalgie del bosforo

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Oggi mi manca Istanbul, il fondo amaro e sabbioso del caffè turco, il calore materno della stufa preistorica al centro di un bar di Sultanahmet attorno a cui si stringono tutti gli avventori infreddoliti. E noi lì vestiti pesanti, scivolati su un divanetto di tela decorata, a sentire il rumore intermittente dei dadi sulla scacchiera da backgammon, a fumare la šīša facendo i giochi con gli anelli di fumo.

affinità elettive, nebbie e gabbiani

La nebbia è un manto lattiginoso che ovatta i rumori del mondo, concilia il sonno, fa sentire sospesi.  In questi giorni va e viene a lievi ondate puntuali, e devo confessare che tutto sommato a me non dispiace.
Il lunedì poi è un giorno particolarmente difficile, perchè di colpo si lasciano le cose che si amano per tornare a quelle che ci disturbano, e la nebbia un pochino aiuta, anche se non saprei dire come o perchè.

Nel weekend abbiamo fatto una piccola e improvvisa gita svizzera, una versione mignon dei nostri viaggetti soliti. Avevamo voglia di espatriare e semplicemente abbiamo cercato il confine più vicino, l’altrove più a portata di mano, così siamo stati al lago, abbiamo gironzolato per un mercatino di natale, mangiato schifezze buonissime, comprato uno stollen da tocciare nel caffè, ci siamo baciati molto seduti su una panchina del lungo lago, e abbiamo scattato fotografie impegnate ai gabbiani. E’ stato bello scappare un po’, anche solo per il fatto di aver ritagliato un’intera giornata insieme, e di aver fatto macinare chilometri alla tua macchininablu tutta luccicante e nuova! Una piccola vacanza inaspettata arricchita dalle mie pietose prestazioni canore on the road che sembrano tuttavia averti un sacco divertito.

Al ritorno, lo sgarbo di certe frasi, ma anche la tua mancanza, mi hanno ricordato che tu sei la mia famiglia. Il tempo meglio speso della mia vita è quello che passiamo insieme, e non c’è nessun altro posto al mondo in cui io sia tanto serena. Non importa se sembra uno sbrodolamento zuccheroso, è proprio come mi sento, è davvero così, a New York, in Svizzera, o quando dormiamo sul letto con i nasi che si toccano.
E’ ovvio che ho anche la mia famiglia vera, ma noi due ci siamo scelti tra milioni di persone, e tu mi sei talmente affine, talmente combaciante, che se mi dicessero che ci hanno separati quando eravamo celluline, io ci crederei.