Monthly Archives: March 2012

compagni anche di viaggi

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta
K.K.

Dopodomani è già aprile e Bologna è ricoperta da un bel cielo blu e da un vento caldo che preannuncia cose.
Io mi addormento leggendo Notturno indiano e Donna di Porto Pim, poi, guarda caso, sogno Goa, le Azzorre, e balene maestose che si lanciano messaggi misteriosi da un punto all’altro dell’Oceano. Sono davvero buoni sogni.
Voglio solo annotare, senza inutili salamelecchi, che in un luminoso marzo portoghese, una delle più limpide penne di sempre se n’è andata, e a noi mancherà. Tra tutte le meravigliose cose che ha scritto, e che ci incantano e ci commuovono, penso che a parlare di lui basti quella tenerissima dedica alla moglie, su uno dei suoi ultimi libri: “A Zè, compagna anche di viaggi”.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

Buon viaggio, A.T.

La spazzeremo via dal camino!

C’è una scena, nel cartone animato di Alice nel paese delle meraviglie, in cui la nostra eroina si trova nella casa del Bianconiglio, e frugando qua e là trova una ciotola piena di colorati biscottini corredati dall’invito “Mangiami”.
“Grazie! Non dico mai di no!”, dice Alice infilandone uno in bocca, e nel giro di qualche attimo la povera bambina si ritrova ingigantita, delle dimensioni della casa, con i piedi fuori dalle finestre e la testa fuori dal tetto. Una tragedia, insomma.
Ecco, uno dovrebbe sempre ricordare queste importanti lezioni di vita che ci sono state fornite, in gran quantità, durante tutta l’infanzia, ma purtroppo al momento opportuno siamo tutti un po’ Alice, “Grazie! Non dico mai di no!”.

I miei, di biscotti, erano preparati da chissà chi per una bellissima festa di laurea multipla, e appoggiati teneramente dentro una ciotolina casalinga assai rassicurante. Buonissimi, al cioccolato, generosamente arricchiti da qualcosa,  ne sono bastati due per mandarmi all’altro mondo; ma per fortuna che c’eri tu, a porgere fazzoletti e acqua e un po’ di buone rassicurazioni, e a farneticare, mentendo, che anche se stavo vomitando per la terza volta ero sempre la più bellissima del mondo. Me strafatta e scema, ma da oggi molto moltissimo saggia.

giorni di vendemmia

Non entravo al cinema di via Pietralata dall’ultimo anno di scuola, cioè da almeno nove anni, un sacco di tempo. All’epoca si chiamava cinema Lumière, proiettava a buon prezzo roba per cinefili e appassionati, poi la mattina veniva affittato al mio liceo e forse anche ad altri per le assemblee d’istituto e robe così. Mi ricordo le potroncine piene di sedicenni vestiti male, ricordo me vestita male, e tutto quell’intero periodo vestito male e molto molto innocente, pieno di speranze e sogni.
Oggi che il Lumière si è spostato in Cineteca, la piccola sala di via Pietralata si chiama “Europa” ed è -credo- l’unico esempio mondiale di cinema in salita, con le prime file di spettatori più alte delle ultime, una cosa deliziosamente scema e naif. Ci siamo entrati io e te, l’altra sera, per vedere I giorni della vendemmia, un film agrodolce e incantato come solo l’adolescenza può esserlo, un film che sa di terra e di vino e di casa e di new wave sparata nel giradischi, anche se quest’ultima cosa l’ho decisa io e forse non è vera.
E’ stato bellissimo tornare con te al vecchio Lumière, nel cinema in salita dove una volta sono stata così vestita male e incerta e adolescente, e dove oggi posso sederti affianco, sbirciarti di sottecchi e vedere che sorridi delle stesse cose che fanno sorridere me, che posso essere innocente, ancora, perchè la tua innocenza ha cura della mia.

lieve

Ho la scrivania invasa di rullini Kodak e Fuji, provini, un libro sui giorni dell’ottobre newyorkese di Occupy Wall Street,  guide di viaggio variegate, block notes mai utilizzati, cavi, cavetti, collane africane, una copia quasi recente di Internazionale, una copia vecchissima di Internazionale,  il tuo pigiama per quando dormi da me, un ciappetto di legno, il metro panda, la Moleskine dell’anno scorso, più numerose inutilità varie e ingombranti. Questa camera è insomma un porcile, un paese in default controllato (ma guardando la poltrona invasa di vestiti più che controllato sembra andato letteralmente in vacca), e dovrei veramente fare qualcosa anche se al momento proprio non me la sento.
E’ primavera, sono svogliata, lieve, pigra, assonnata, in attesa. Ho solo voglia di vedere te, aspettare il cambio dell’ora così che finalmente l’orologio sul motorino segni quella giusta, aspettare il 6 aprile, aspettare il caldo, aspettare che i miei capelli si allunghino, aspettare che mi approvino il piano ferie per iniziare a cercare voli per l’indocina o per chissà dove. Il semplice pensiero dell’infinita ampiezza delle possibilità mi dà un brivido lungo la schiena, mi sembra di poter sentire già l’odore di ogni singolo posto che ancora sogniamo di vedere, di poterne immaginare i colori.
E’ un giorno sospeso, sospeso come le nuvole grigiochiare che dal cielo promettono pioggia a dispetto del sole, sospeso come le mille voci dei ragazzi della scuola qui di fronte che entrano dalla finestra socchiusa come un’unica cosa, un unico suono leggero.

un grosso Mah.

Un amico, che è fuggito via dall’Italia per motivi suoi, mi ha chiesto ieri spiegazioni sul perchè io (intendendo noi tutti tranne lui) sia felice della mia vita, di come posso essere contenta della routine, eccetera. L’ho trovata una domanda piuttosto offensiva, e anche un po’ scema, tanto che benchè avessi molte cose da dirgli, ho deciso di non rispondergli.
Penso che la cosa più scema delle sue affermazioni sia proprio la premessa che pone alla base di tutto: la routine è noiosa.
Ma la routine di chi? La mia è diversa dalla sua, certamente, come è diversa da quella di qualsiasi altra persona al mondo. Non esiste una routine unica al mondo. Lui sentenzia invece su questo fantomatico idealtipo di routine da periferia medioborghese, ma nessuno dei miei amici vive in quella maniera, nè aspira a farlo, nè vi aspiro io. Io sono felice della mia vita, e se non lo fossi farei qualcosa per cambiarla, come d’altronde ha fatto lui partendo, in quanto evidentemente non era felice. Partire, scappare, è una cosa che può fare chiunque, non è una impresa titanica, nè geniale nè nulla. Nel suo caso è stata una necessità, ma anche il peggio scemo può partire, non è questo che ti rende migliore, soprattutto quando, come in quella canzone dei Pulp incredibile, hai un nido accogliente a cui tornare.
Io penso sul serio che il fatto di sentirsi al posto giusto a casa propria sia un privilegio incredibile, ed è una sfiga invece avere bisogno di andarsene, perchè perdi il gusto di partire per partire, solo perchè ti va, e di poter tornare senza sentirti sconfitto.

Negli ultimi quattro anni ho visitato venticinque paesi, e questo ha fatto parte della mia routine, della routine che io e te ci siamo costruiti a nostra immagine e somiglianza e che è fatta di partenze e ritorni. Potrei essere felice in questa maniera in qualunque posto del mondo, purchè mi diano te, un caffè in cui incontrarci, la mia cagnetta, e un viaggio da programmare. Non penso che il fatto di andare tutti i giorni al lavoro mi discrediti in qualche maniera, mi renda borghese o idiota o pecora. Sto bene con i nostri appuntamenti dopo il lavoro, con il sogno di avere una casa fatta come noi in cui preparare cene per le persone a cui vogliamo bene, in cui veder correre dei cani dal pelo color nocciola, e in cui amarsi. La mia vita mi somiglia, mi piace, ci sto bene dentro, ed è una gran fortuna. Se questo è borghese, ed io non lo credo, allora sarò borghese, ma almeno non sono una stronza che si erge a Kerouac de noantri irridendo il resto del mondo perchè stipula un mutuo o perchè fa dei figli. Ma dico, ma come si fa? Ma chi sei? Io sono l’ultima al mondo che vuole fare figli da qui a dieci anni, ma tu chi diamine sei per sentenziare? Se non sei stato in grado di rendere la tua vita simile a te, la colpa è tua. Esiste un mondo da scoprire e tu non ne sei stato capace, hai dovuto mettere centomilia chilometri tra te e la tua vita per capirla e uscirtene con sta sbobba. Complimentoni.
E’ il fatto borghesissimo di avere una famiglia da cui tornare che ti permette di poter mollare tutto, è un biglietto di ritorno già pagato di cui decidere solo la data, è sapere che c’è qualcuno che ti aspetta. Leggiti Pessoa, caro amico, e dopo di che sfanculizzati da solo che io non ne ho nemmeno voglia.