Monthly Archives: April 2012

Slow boat

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Dalla finestra mezza aperta dell’ufficio entra aria tiepida che, nonostante la vicinanza con una delle strade più brutte e trafficate di Bologna, sa sorprendentemente di buono. Insieme al vento, entrano anche fiotti di quei piumini leggerissimi sparsi dai faggi in questa stagione, che si insinuano da tutte le parti, persino nel naso mentre si respira, e fanno un gran solletico. Questi benedetti cosi piumacciosi e volanti mi mettono di buon umore, e penso potrei stare ore ed ore girata verso la finestra a guardarli filare via veloci, bianchi contro il verde degli alberi, come in una specie di autostrada dei piumini che vanno al mare.
Dopo l’agonia estenuante di giornate intere di pioggia e grigio, da ieri splende un sole che fa venire voglia di stendersi sul tappeto nuovo della camera, con la testa all’indietro, i piedi allungati in terrazzo, a sognare posti il cui nome è come un soffio vitale, un soffio umido impregnato di pioggia monsonica.
E poi l’altro giorno ho infilato le cuffiette, ed è partita dal niente Sayonara dei Pogues, e allora è proprio un segno che questo viaggio è il nostro viaggio, e bisogna solo cullarlo per bene.
Nei pomeriggi di maggio ci sdraieremo sull’erba dei colli, guarderemo la foschia far scomparire la provincia, in direzione del mare, dove il cielo diventa “pale blue”, e tracceremo linee lungo corsi di fiumi fangosi. Non so se poi sarà davvero il viaggio che faremo, ma anche solo sognarlo è già partire.

entonces

A Siviglia, una sera, tu mi hai stirato i capelli ciocchetta per ciocchetta, con amorevole pazienza come non farebbe nessun altro al mondo, e così avrei già detto tutto.
Questo piccolissimo viaggio è arrivato quando più lo desideravo, quando più avevo bisogno di riposare, e bere bene, e mangiare divinamente, e godermi te, e dormirti addosso in giardini arabeggianti pieni di palme reali e pappagalli verde azzurro. A casa con Adrian, Lu e il dolcissimo cane Mopa siamo stati benissimo, è stato dolce come ritrovarsi in un mondo su misura, in una camera colorata fatta apposta per noi.

Siviglia ha il sapore agrodolce del salmorejo e quello acre della manzanilla liquorosa sorseggiata la sera, nei tapas bar pieni delle chiacchiere della gente. E’ il colore del cielo quando c’è un temporale in lontananza ma sopra la testa brilla il sole, ed è  il suono cadenzato e drammatico che accompagna in processione le verginipiangenti e i gesùcrocifissi di tutte le chiese della città.
Negli stretti vicoli del quartiere di Santa Cruz si cammina tra muri di case bianco calce, su cui affacciano intimi patii pieni di maioliche giallo blu e splendidi giardini privati. Anche se è meno povera e certamente più borghese, mi ha ricordato la mia amatissima Alfama, con quell’odore di sapone e di pulito che usciva magicamente dalle porte di case aperte sul mondo, spalancate con fiducia sul Tejo.
A Siviglia, però, l’odore più presente in questo periodo dell’anno è quello degli alberi di arancio in fiore, che inonda le mille piazzette, e si insinua ovunque nei vicoli, fino a sfumare nel Guadalquivir. E’ un profumo sublime, talmente perfetto e intenso da sembrare finto, proprio quello che ti aspetti di sentire in paradiso se mai ne esistesse uno.

Poche ore prima di ripartire, mentre prendevamo l’ultimo caffè in un bar sul lungofiume, una troupe televisiva di “Canal E” si è avvicinata e ci ha chiesto di filmarci mentre ci abbracciavamo tenendo le testoline vicine; di fare insomma gli innamorati del loro servizio sugli innamorati, una figata galattica.
Ecco, io vorrei annotare che mica è stato difficile tenere la cabecita appiccicata alla tua, fare finta di stringerti e fare molto l’innamorata. Anzi, è stato, come dire, facilissimo.

quattro

Svegliarsi all’una di domenica; indicare dal letto, puntando sulla mappa le dita dei piedi, parti di mondo da esplorare in futuri prossimi; studiare confini, fiumi navigabili, tratte di treni definiti “confy”, traghetti express al sapore di travelgum, voli interni, e isole dai sorprendenti nomi esotici.
Fare tipo duecento passi al massimo; fare la spesa al mini market indiano, cucinare pasta col sughetto e fragole con panna, tornare a letto, guardare documentari sulla Cambogia, odiare i khmer rossi, mandare cuoricini immaginari al Vietnam, dormire, sognare, baciare la cagnetta e tenerla fra noi come una piccola meravigliosa famigliola del mulino bianco.
E’ stato un fine settimana dolcissimo, nullafacente, ozioso; ed ora basta contare fino a quattro.