abissi

A pochi metri da dove lavoro, sul terrazzo di cemento di una delle bruttissime torri della Fiera, una persona ha deciso che non aveva più voglia di lottare. Questa persona era M.C., colui che era ovunque, che conosceva tutti, e che se non si fosse messa in atto una infelice congiuntura di eventi, oggi sarebbe stato senz’altro sindaco della città.
Io non lo conoscevo, l’ho solo intravisto in un paio di occasioni e le sue imprese sui giornali mi scatenavano una sincera antipatia, ma la notizia del suo suicidio mi è arrivata come un pugno sgangherato.
E’ assurdo, ma credo di non aver mai pensato con tanta insistenza e tanta confusione alla morte di qualcuno che di fatto non conosco, ma c’è qualcosa in questo epilogo così triste che mi turba profondamente. Forse il mio stordimento dipende dal fatto che questa persona appariva incapace di un gesto simile, talmente presente da non poter essere “assente”, amica di tutti, generosa di sorrisi, soddisfatta di sé. La tipica persona che non fa una cosa simile, per intenderci.
Così è da ieri che mi chiedo continuamente che cosa faccia alzare le braccia, che cosa faccia arrendere qualcuno in maniera così totale dal non lasciarsi nessuna via di scampo, pur avendone. Mi fa paura l’idea che l’animo umano abbia buche così profonde, irrazionali, insondabili, dal portarti ad aprire una finestra sul buio macchiato dalle luci dei fari delle auto nel più brutto quartiere della città, e lanciarti nel vuoto, in un brevissimo volo di trenta metri, e fine. Fine davvero, nella più assoluta delle interpretazioni. Mai più consigli regionali, mai più torri della fiera, bruttissime. Mai più gli occhi di tua figlia, un bacio di tua moglie o di qualcuno che ami. Mai più tutto, il vento in faccia, una partita di calcio, un bicchiere di vino con gli amici. Perchè?
E’ davvero stupido da parte mia chiedermelo, ma sul serio, io non capisco, perchè? Cos’è che sopprime quell’istinto di sopravvivenza, ogni goccia di speranza, ogni desiderio di buono, anche in assenza di problemi insormontabili? Provo a immaginare, e mi vengono i brividi.
Un attimo prima sei lì, nel tuo ufficio, i tuoi due cellulari appoggiati sul tavolo che squillano con insistenza perchè ti aspettano ad una riunione, tu stai male, sei nervoso, forse piangi? Allora ti alzi, immagino che cammini avanti e indietro dalla finestra alla scrivania, più volte,  forse guardi persino la città sullo sfondo perchè dalle torri della fiera l’orizzonte deve essere davvero lungo, e pensi che non ci sia via d’uscita, pensi di non farcela più. Nemmeno quella città molle e riservata, che tanto hai amato, ti fa tornare in te. Scrivi un biglietto, o magari l’hai scritto già da un po’, metti la penna a posto, ti alzi, apri la finestra, ti sporgi.  Mi chiedo se aspetti, se ti tormenti ancora, se guardi o preferisci non guardare, se lo fai di getto o stai lì con le gambe nel vuoto e l’aria di maggio in faccia.
L’unica cosa certa è che poi ti lasci andare, e l’ultima cosa che vedrai sarà quell’orribile quartiere fieristico fatto di torri bianche modulari inventate da un giapponese privo di buongusto, un quartiere che immagino avrai odiato ogni mattina in cui avresti voluto entrare nei materni mattoni rossi di piazza maggiore.
Non so sondare gli abissi. Finisco per trovare soluzioni vitali non corrispondenti allo stato d’animo di chi si lancia nel vuoto. Ciò che mi annichilisce, e mi terrorizza, è che con tutta evidenza ci sono momenti della vita in cui capita di non vederle, queste soluzioni, non sentirle, non immaginarle neppure.

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