sognando i gibboni

Nelle sere estive c’è un momento, diciamo intorno all’ora di cena o poco prima, in cui il cielo diventa di uno splendido color turchese screziato di rosa. Sempre verso quell’ora le cicale mettono in scena il loro ultimo favoloso spettacolo, frinendo come pazze per poi chiudere all’improvviso, perfettamente all’unisono, in un silenzio irreale, come la migliore delle orchestre mondiali.
E questa non è l’unica cosa che le cicale fanno in precisa sincronia: una volta ho letto che quando escono dalle uova che la loro mamma ha deposto nel terreno o sugli alberi, le larve di cicale possono continuare a vivere sottoterra persino per una decina di anni o più, finchè un giorno, tutte insieme, nello stesso istante, decidono di uscire, mettere le ali e spiccare il volo.
Voglio dire, non è una cosa da restarci secchi? Come faranno, dopo tanto tempo, a sapere cosa fare? La natura è una roba che se ci pensi ti uccide di stupore, e tutte le nostre cianfrusaglie e tecnologie sono solo fuffa mediocre davanti alla magnificenza del mondo e ai suoi ritmi.
E’ che in questi giorni mi prende così, freak, tanto che come massimo ideale di vita vorrei tagliarmi i capelli alle spalle, vivere in una capanna laotiana 40 metri sopra la jungla insieme ai gibboni, mangiare pad thai, e bere il succo dalle noci appena aperte. Giocare a backgammon, ogni tanto.
Spero quindi iddio di poter sopravvivere agli ultimi giorni di lavoro, per poi ritrovarmi magicamente dall’altra parte del mondo con te, vestita da pazza, profumata di tiarè, e con i piedini lerci di terra.

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