Nel cuore della terra

In tutta sincerità non so da dove cominciare. L’Indonesia non è un luogo solo, un paese solo, facile da raccontare e di semplice sintesi. La sensazione che io ho è quella di essere stata in decine di paesi diversi, come quando si attraversano i Balcani e ad ogni curva c’è un confine e un nuovo mondo. Ecco, l’Indonesia secondo me è così, balcanica, mille mondi separati da pezzi di mare che sembrano sempre minuscoli ma poi non lo sono mai.

Ad unire tutto c’è solo la natura, quella roba che noi europei ci accorgiamo esistere al massimo due volte all’anno, e sempre durante infausti eventi che ci lasciano annichiliti. A Java invece l’incombenza delle forze superiori è palpabile e ben visibile ogni giorno. Mentre la attraversi in treno, dal finestrino compaiono all’orizzonte le cime imperiose dei vulcani, quattro o cinque giganti nel giro di poche decine di chilometri, quasi tutti attivi e distruttivi, e lo stesso vale per l’acqua, che scorre decisa lungo i fossi e i canali di irrigazione delle risaie, dando l’idea di poter arrivare davvero ovunque. Non è una natura docile, accogliente o materna. In Indonesia la natura è spaventosa e al tempo stesso sublime, e ha la simpatica abitudine di chiacchierare con l’uomo tramite ruggiti e sconquassi dal cuore della terra, esalazioni sulfuree dalle caldere dei suoi vulcani, oppure onde alte come palazzi che giungono dal mare e radono al suolo ogni cosa.
Per noi è stata una novità, ma ci si abitua in fretta. All’inizio scruti i vulcani con sospetto, poi ci fai amicizia, e finisci per guardarli con serenità mentre il sole gli tramonta alle spalle e tinge il mare di rosa arancio.
Se mi ci metto posso ancora sentire l’odore di zolfo che si mischia alla cenere e ti mozza il respiro, mentre arranchi sui 2300 metri del Bromo, sotto il cielo stellato e la buffissima luna rovesciata dell’Equatore. Mi pare di vederla ancora, l’alba che sale e illumina il mare biancolatte di nebbia, ai nostri piedi, e poi i templi dorati che compaiono dal nulla, una volta che è mattina e questa si dissolve.
Abbiamo bestemmiato nel traffico folle di Ubud e bevuto champagne seduti in business class, ci siamo accasciati sfiniti in cerca dell’ombra con le spalle contro le pareti millenarie di Borobudur e dormicchiato all’ombra su spiagge dorate. Abbiamo cenato nei locali più eleganti di Bali, e mangiato nasi goreng della stazione di servizio negli interminabili viaggi in pullman. Dormito nella più orrida e fatiscente guesthouse di Trawangan e nella più elegante villa di Seminyak. Come ogni volta sono stati i contrasti a dare il tempo al viaggio, a farci restare con i piedi per terra e a non farci smettere di meravigliarci del bello.
Abbiamo fatto solo quello che volevamo e come volevamo, da soli, a modo nostro. E’ così che il paradiso delle Gili è apparso ancora più idialliaco, con le sue tartarughe giganti che nuotavano sotto le nostre pance, il mare turchese, il pesce alla griglia, e il tempo lasciato scorrere senza pensieri. Abbiamo avuto fatiche, lusso, quiete, sconforti e felicità in giusta misura, come deve essere durante qualsiasi viaggio ben riuscito.
E adesso nei miei ricordi l’indonesia ha l’odore lieve del frangipani, il suono ipnotico della danza dei bambini di Yogyakarta, il colore delle risaie gonfie d’acqua, l’atmosfera rarefatta e silenziosa dei templi, la lentezza del toporagno, l’espressione intelligentissima dei macachi di Ubud che si spulciano il sedere a vicenda, il sapore dei deliziosi succhi di frutta che ci scolavamo a tutte le ore del giorno.
Ecco perchè ho come l’impressione che torneremo.

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