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Fiori, sedie di legno, pranzi del sabato con gli amici sul tavolo da tre metri. Quanto si sta bene qui dentro, santidei. Ho una voglia da morirci secca di prendermi una settimana di ferie e passarla in casa, a ciondolare tra il divano e la cucina, e comprare altre sedie, una sedia dietro l’altra, tutte diverse come piace a noi.
Sarà la casa, sarà l’ebbrezza di questo spazio tutto nostro, ma mettiamo i dischi e mi viene da ballare come una pirla per la stanza.

Il venerdì vado a pranzo dai nonni come ho fatto per anni in tutti i giorni della mia vita scolastica. Dopo aver mangiato ci sediamo al sole, in giardino, e parliamo un po’ dell’antologia di medicine di mio nonno, del mio lavoro, della politica, di piante. Di nuovo delle medicine che prende, ha preso, ha cessato, riprenderà.

Bologna in questi giorni è nel suo momento migliore, con l’odore di miele che ti invade mentre fili in motorino per via Santa Barbara, gente allegra fuori dal bar Maurizio con lo spritz in mano e le parole facili, la luna immensa, tonda come l’alone bagnato lasciato dal bicchiere sul tavolo.

A tratti mi sento come se avessi camminato per una quindicina d’anni con l’obiettivo di arrivare esattamente qui, ora, a questo marzo luminoso. Potrei anche chiudere qui il blog, e sarebbe come scrivere “e vissero felici e contenti”, ma chiaramente non lo farò.

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