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Nel cuore della terra

In tutta sincerità non so da dove cominciare. L’Indonesia non è un luogo solo, un paese solo, facile da raccontare e di semplice sintesi. La sensazione che io ho è quella di essere stata in decine di paesi diversi, come quando si attraversano i Balcani e ad ogni curva c’è un confine e un nuovo mondo. Ecco, l’Indonesia secondo me è così, balcanica, mille mondi separati da pezzi di mare che sembrano sempre minuscoli ma poi non lo sono mai.

Ad unire tutto c’è solo la natura, quella roba che noi europei ci accorgiamo esistere al massimo due volte all’anno, e sempre durante infausti eventi che ci lasciano annichiliti. A Java invece l’incombenza delle forze superiori è palpabile e ben visibile ogni giorno. Mentre la attraversi in treno, dal finestrino compaiono all’orizzonte le cime imperiose dei vulcani, quattro o cinque giganti nel giro di poche decine di chilometri, quasi tutti attivi e distruttivi, e lo stesso vale per l’acqua, che scorre decisa lungo i fossi e i canali di irrigazione delle risaie, dando l’idea di poter arrivare davvero ovunque. Non è una natura docile, accogliente o materna. In Indonesia la natura è spaventosa e al tempo stesso sublime, e ha la simpatica abitudine di chiacchierare con l’uomo tramite ruggiti e sconquassi dal cuore della terra, esalazioni sulfuree dalle caldere dei suoi vulcani, oppure onde alte come palazzi che giungono dal mare e radono al suolo ogni cosa.
Per noi è stata una novità, ma ci si abitua in fretta. All’inizio scruti i vulcani con sospetto, poi ci fai amicizia, e finisci per guardarli con serenità mentre il sole gli tramonta alle spalle e tinge il mare di rosa arancio.
Se mi ci metto posso ancora sentire l’odore di zolfo che si mischia alla cenere e ti mozza il respiro, mentre arranchi sui 2300 metri del Bromo, sotto il cielo stellato e la buffissima luna rovesciata dell’Equatore. Mi pare di vederla ancora, l’alba che sale e illumina il mare biancolatte di nebbia, ai nostri piedi, e poi i templi dorati che compaiono dal nulla, una volta che è mattina e questa si dissolve.
Abbiamo bestemmiato nel traffico folle di Ubud e bevuto champagne seduti in business class, ci siamo accasciati sfiniti in cerca dell’ombra con le spalle contro le pareti millenarie di Borobudur e dormicchiato all’ombra su spiagge dorate. Abbiamo cenato nei locali più eleganti di Bali, e mangiato nasi goreng della stazione di servizio negli interminabili viaggi in pullman. Dormito nella più orrida e fatiscente guesthouse di Trawangan e nella più elegante villa di Seminyak. Come ogni volta sono stati i contrasti a dare il tempo al viaggio, a farci restare con i piedi per terra e a non farci smettere di meravigliarci del bello.
Abbiamo fatto solo quello che volevamo e come volevamo, da soli, a modo nostro. E’ così che il paradiso delle Gili è apparso ancora più idialliaco, con le sue tartarughe giganti che nuotavano sotto le nostre pance, il mare turchese, il pesce alla griglia, e il tempo lasciato scorrere senza pensieri. Abbiamo avuto fatiche, lusso, quiete, sconforti e felicità in giusta misura, come deve essere durante qualsiasi viaggio ben riuscito.
E adesso nei miei ricordi l’indonesia ha l’odore lieve del frangipani, il suono ipnotico della danza dei bambini di Yogyakarta, il colore delle risaie gonfie d’acqua, l’atmosfera rarefatta e silenziosa dei templi, la lentezza del toporagno, l’espressione intelligentissima dei macachi di Ubud che si spulciano il sedere a vicenda, il sapore dei deliziosi succhi di frutta che ci scolavamo a tutte le ore del giorno.
Ecco perchè ho come l’impressione che torneremo.

wanderlust ♥

Io non lo so che vita avrà, ma intanto è nato ed è già una grandiosa notizia. Il nostro sito di viaggi e viaggiatori ha visto la luce, e e secondo me  ha un nome bellissimo. Lo so che è ancora acerbo e sgraziato, sarà forse una sindrome genitoriale, ma io gli voglio tipo già bene. Buona fortuna, piccolino!

giorni catalani e piccoli progetti

i tetti del Born dalla finestra di casa

la splendida Santa Maria del Mar vista dalla finestra di casa

Tornare a Barcellona dopo dieci anni dalla prima volta in cui l’hai vista, significa che difficilmente tu la riconoscerai e ancor più difficilmente lei riconoscerà te. Ora ho capito che esserci stata nel duemilaquattro è stato un po’ come incontrare l’uomo della propria vita a 15 anni, cioè precisamente nel momento più sbagliato. E’ per questo che sono partita con l’intento di ricominciare da zero, di fare finta che fosse esattamente il nostro primissimo incontro, la mia prima purissima impressione.
E siccome il viaggio, come l’amore, è tutta questione di tempi, di approcci, di camminare tanto e avere voglia di andare oltre quello che è facile da ottenere, questo nostro secondo/primo incontro con la città è stato quello giusto, quello dell’innamoramento.
Barcellona è un incanto, è lo stereotipo sputato di svegliarsi a mezzogiorno e andare a letto tardi, mangiare tapas al salmone e miele annegate di cava eccellente che costa praticamente nulla, parchi immensi e curatissimi dove sedersi a guardare gli allenamenti delle cheerleaders, e nuovi café colorati che ricordano Berlino o Londra o il Canal St Martin di Parigi. Il meglio del meglio, insomma.

Non scriverò nulla, per ora, dei posti in cui siamo stati e che abbiamo amato, perché Barcellona mi ha regalato, oltre a cinque splendidi giorni di pace, anche l’idea e la fiducia per dare vita ad una piccola cosa dove riversare tante delle informazioni con cui normalmente tormentiamo gli amici e che di solito butto qui sopra un po’ a caso. Vorrei, insomma, dare alle nostre esperienze il giusto spazio, scriverle per bene, e non mischiarle con la quotidianità come ho fatto finora. Ci vorrà un po’ di tempo, ma non riesco a immaginare un hobby migliore.
Di Barcellona lascio per ora parlare qualche fotografia scattata in qua e in là.

l'interno del delizioso Cosmo, café e galleria d'arte allo stesso tempo

l’interno del delizioso “Cosmo”, café e galleria d’arte allo stesso tempo

origami e vista sulla strada, sempre al Cosmo Café

origami e vista sulla strada, sempre al Cosmo Café

il cielo azzurro di Barcellona che spunta tra i vicoli del Born

il cielo azzurro di Barcellona che spunta tra i vicoli del Born

il tavolo comunitario del Federal Café

il tavolo comunitario del Federal Café

acqua frizzante e rooibos al Federal Café

acqua frizzante e rooibos al Federal Café

El Xampanyet, fascinoso tapas bar del Born

El Xampanyet, fascinoso tapas bar del Born

gli interni del piccolo ma delizioso Cometa Café

gli interni del piccolo ma delizioso Cometa Café

piante grasse in fiore a Parc Güell

piante grasse in fiore a Parc Güell

casa occupata che resiste, Parc Güell

casa occupata che resiste, Parc Güell

i famosissimi mosaici di Parc Güell

i famosissimi mosaici di Parc Güell

i bellissimi palazzi ai bordi del Born

i bellissimi palazzi ai bordi del Born

il gattone di Botero nel Raval

il gattone di Botero nel Raval

una piazzetta nel Barri Gòtic

una piazzetta nel Barri Gòtic

muri del Barri Gòtic

muri del Barri Gòtic

il vermuth a Casa Almirall, zona del Raval

il vermuth a Casa Almirall, zona del Raval

brunch al Federal Café

brunch al Federal Café

negozio di cineserie varie nel Barri Gòtic

negozio di cineserie varie nel Barri Gòtic

dolcezze sui muri

dolcezze sui muri

l'incantevole fontana di Plaça Sant Felip Neri

l’incantevole fontana di Plaça Sant Felip Neri

Plaça Sant Felip Neri

Plaça Sant Felip Neri

Pintxos baschi all'Euskal Etxea

Pintxos baschi all’Euskal Etxea

dichiarazione d’amore a Ibiza (fuori stagione)

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Consigli di viaggio per ibiza, dove dormire, dove mangiare a ibiza
Ibiza in primavera è una distesa di fiori giallocelesti alternata a fitte pinete e tappeti di pungente macchia mediterranea.

Si corre in macchina su strade ondulate il cui ciglio è delimitato da bassi muretti di pietra che proteggono oliveti, mandorli, vigne e piccoli greggi di pecore. Appena oltre le splendide baie e le località turistiche della costa, c’è infatti un’altra Ibiza, quella di una campagna rurale d’antica tradizione, di una terra rossa e grassa che qualcuno per fortuna ancora si ostina a far fruttare.

E’ così, prendendo la strada meno scontata, che ci si imbatte in scene che valgono un viaggio: distese di piccole proprietà agricole, pastori assorti e intenti a consumare il proprio pranzo all’ombra di un ulivo, mentre le loro capre, sparpagliate sotto il sole di una primavera sfolgorante, ruminano le deliziose hierbas ibicencas, le stesse da cui si produce anche un fantastico liquore locale. Sembra niente, ma è una poesia. Roba che tu ci capiti davanti, e solo a guardare ti senti già un po’ ladro, un pericoloso untore che rischia di contaminare l’eden.

Buenavista, vicino a Santa Eularia

Buenavista, vicino a Santa Eularia

Andare da una parte all’altra dell’isola è cosa da poco, e anche volendo fare gli esploratori e scegliendo percorsi a zig zag si arriva ovunque in una quarantina di minuti al massimo.
Il mare è spettacolare lungo tutta la costa, ma a Cala Comte, Cala Bassa, e Cala Salada, le spiagge più belle in assoluto, il colore turchese tocca vette di intensità accecante.
In aprile queste baie sono al loro meglio: non ci sono lettini, non ci sono ombrelloni, non ci sono racchettoni, nè distese di carne arrostita da scavalcare. Sei solo tu e qualche altro avventore, a fare i conti con la bellezza grezza della natura, con la linea precisa che separa il mare dal cielo. Nient’altro.

Cala Comte

Cala Comte

Eppure, nonostante non ci sia traccia della folla che tra meno di due mesi invaderà l’isola, la maggior parte dei ristoranti e dei locali è già aperta.
La città vecchia di Eivissa, per esempio, è costellata di piccoli bar dove far venire l’ora di cena a forza di tapas. Posti sfavillanti come La Bodega o quieti come El Zaguan, sul cui vecchio bancone di legno vengono continuamente esposti gustosi piattini ricolmi di ogni ben di dio: polpette di baccalà, carpaccio di salmone ripieno di salsa tonnata, jamon serrano con fichi caramellati, tartate di tonno… Ci sarebbe da morire qui, ma è solo l’inizio.
Per non farsi mancare nulla si continua con la cena alla Comidas Bar San Juan, uno dei più suggestivi ed economici ristorantini del centro. La cucina di Ibiza è un entusiasmo per la gola: alioli, enormi gamberoni rossi, orata alla griglia, e per chiudere il meraviglioso flaò, il dolce locale fatto con formaggio di capra, anice e menta, il cui sapore da solo è un inno al Mediterraneo intero.

Il flaò

Il flaò

Ma anche se la capitale è stupefacente, non bisogna perdersi neppure i piccoli paesi dell’entroterra, dove la vita di una volta sembra essersi mescolata pacificamente con l’eleganza delle nuove botteghe d’artigianato.
A Sant Carles de Peralta, poco sopra Santa Eularia, si tiene ogni sabato il mercadillo di Las Dalias, uno splendido mercato hippy dove si possono trovare vestiti, prodotti naturali, musica dal vivo e un localino che fa un meraviglioso mojito alle fragole fresche. Sempre in paese, a pochi metri dalla chiesa di Sant Carles, c’è invece lo storico Bar Anita, punto di ritrovo e ristoro che al suo interno ospita ancora le buchette della posta della gente della zona.
Nella minuscola Sant Mateu, una chiesa bianca e quattro case, ci siamo fermati un pomeriggio a bere qualcosa nel patio di legno del ristorante Es Camp Vell, dove una caña gelata e una superba atmosfera costano in totale un euro e settanta centesimi.

Le cassette della posta dentro al Bar Anita

Le cassette della posta dentro al Bar Anita

A Santa Gertudris, un paesino immacolato e fiorito posizionato nel cuore dell’isola, siamo invece arrivati una domenica mattina di sole accecante. Era giorno di comunioni, i bambini agghindati si affrettavano ad entrare in chiesa, mentre ai tavoli all’aperto la gente rideva, parlava e mangiava di gusto.
Ci siamo seduti al Bar Costa nell’unico tavolino libero, e abbiamo ordinato un bocadillo con jamon serrano e pan con tomate, semplicissimo pane con olio e pomodoro maturo strofinato sopra. Eccola, all’improvviso, l’estasi del viaggio, uno di quei momenti di luminosa e perfetta felicità che capitano poche volte e che ti legano per sempre ad un luogo e ad una persona.
Il mio amato compagno di viaggio, il sapore dell’olio sul pane, il sole e il cielo azzurro, le grida dei bimbi, le chiacchiere dei vicini di tavolo, la lontananza da casa. Era tutto allineato.
Allora ho subito pensato ad Henri Miller, quando ne “Il colosso di Marussi” scrive

(…) capire che sei felice e sapere perché e come, in che modo, per quale concatenazione di eventi e di circostanze, e tuttavia essere felice, essere felice in fatto e in conoscenza, questo, ecco, va oltre la felicità, è una beatitudine, e se hai un po’ di sale in zucca dovresti ucciderti all’istante e farla finita

E’ chiaro che né io né Henri Miller abbiamo avuto il coraggio di farci secchi, ma quello che voglio dire è che Ibiza è un luogo meraviglioso, incredibile, di gente perbene e accogliente, di natura mozzafiato, di buona vita, il classico luogo in cui sentirsi beati e graziati dalla generosità degli dei. Noi, almeno, ci siamo sentiti così.
Io sono molto molto gelosa dei posti che amo, ma si sa che gli amori veri non li si tiene mai nascosti, così ho deciso di non tenere per me la mia isola del cuore. Però per carità, trattatemela bene.

Santa Gertudris

Santa Gertudris

entonces

A Siviglia, una sera, tu mi hai stirato i capelli ciocchetta per ciocchetta, con amorevole pazienza come non farebbe nessun altro al mondo, e così avrei già detto tutto.
Questo piccolissimo viaggio è arrivato quando più lo desideravo, quando più avevo bisogno di riposare, e bere bene, e mangiare divinamente, e godermi te, e dormirti addosso in giardini arabeggianti pieni di palme reali e pappagalli verde azzurro. A casa con Adrian, Lu e il dolcissimo cane Mopa siamo stati benissimo, è stato dolce come ritrovarsi in un mondo su misura, in una camera colorata fatta apposta per noi.

Siviglia ha il sapore agrodolce del salmorejo e quello acre della manzanilla liquorosa sorseggiata la sera, nei tapas bar pieni delle chiacchiere della gente. E’ il colore del cielo quando c’è un temporale in lontananza ma sopra la testa brilla il sole, ed è  il suono cadenzato e drammatico che accompagna in processione le verginipiangenti e i gesùcrocifissi di tutte le chiese della città.
Negli stretti vicoli del quartiere di Santa Cruz si cammina tra muri di case bianco calce, su cui affacciano intimi patii pieni di maioliche giallo blu e splendidi giardini privati. Anche se è meno povera e certamente più borghese, mi ha ricordato la mia amatissima Alfama, con quell’odore di sapone e di pulito che usciva magicamente dalle porte di case aperte sul mondo, spalancate con fiducia sul Tejo.
A Siviglia, però, l’odore più presente in questo periodo dell’anno è quello degli alberi di arancio in fiore, che inonda le mille piazzette, e si insinua ovunque nei vicoli, fino a sfumare nel Guadalquivir. E’ un profumo sublime, talmente perfetto e intenso da sembrare finto, proprio quello che ti aspetti di sentire in paradiso se mai ne esistesse uno.

Poche ore prima di ripartire, mentre prendevamo l’ultimo caffè in un bar sul lungofiume, una troupe televisiva di “Canal E” si è avvicinata e ci ha chiesto di filmarci mentre ci abbracciavamo tenendo le testoline vicine; di fare insomma gli innamorati del loro servizio sugli innamorati, una figata galattica.
Ecco, io vorrei annotare che mica è stato difficile tenere la cabecita appiccicata alla tua, fare finta di stringerti e fare molto l’innamorata. Anzi, è stato, come dire, facilissimo.

you! me! occupy!

I'm thinking of a song or two,

a boy, a girl, a rendezvous

 

Il problema è che io non so letteralmente da dove cominciare. Potrei partire dal fatto che New York è una sovracittà, un sovramondo. New york è esattamente tutti gli stereotipi di New York, tranne quello che dice che la sua grandezza ti fa sentire piccolo, che mica è vero. Io a New York mi sentivo della giusta dimensione, e tutto mi pareva a misura nostra, fin dall'attimo in cui ti ho intravisto aspettarmi tra la folla di Newark e il mio cuoricino batteva frenetico.
 

New York è la Berlino d'America, l'East Village è Kreuzberg, e St. Mark Place è Boxhagener platz. Però a New York cammini, e la città ti scorre sotto, mentre Berlino sembra talvolta allontanarsi. E' grande, ma non è impossibile, ti sorride. Quando abbiamo manifestato da Washington Square a Zuccotti Park con il movimento Occupy Wall Street, abbiamo percorso a piedi tutta Lower manhattan, e mi è parsa la più allegra scampagnata di sempre.

Al di là di tutte le meraviglie che New York offre, al di là dei suoi caffè meravigliosi, dei quartieri alberati di casine color mattone, della musica splendida ovunque, di Central Park con la gente in costume, le sue scritte in cielo o i suoi 30 gradi a ottobre, quel che veramente ti conquista sono le persone, la moltitudine variegata dei suoi cittadini. I newyorkesi appaiono adorabili, dannatamente gentili, eleganti anche con addosso un orribile pantacollant maculato. Sono capaci di farti un complimento per la tua giacca senza neanche conoscerti, e di venire ad avvisarti che il tuo vestitino si è arrotolato e hai il culetto tutto di fuori, così, per pura empatia.

Il nostro quartiere, la nostra Little India, era la fine del mondo. Che gioia sublime svegliarsi la mattina, scendere le poche scalette che portano in strada, incrociare la comunità ebraica all'uscita dalla sinagoga, salutare gli indiani del ristorantino sotto casa, occupare uno dei tavolini del Cafè Mogador e fare colazione a mezzogiorno guardando gente strafica passeggiare con il cane o incontrarsi con gli amici per il brunch. Due giorni a New York e mi sentivo già a casa, persino il micro appartamento mi pareva casa nostra con l'unica eccezione delle pareti oromarron.
Ci sarebbero troppe cose da annotare, troppi ristorantini etnici da memorizzare, troppo sole da rimpiangere, troppi slogan rivoluzionari da canticchiare tutto il giorno, troppi scoiattoli avvistati, troppi caffè annacquati bevuti, troppa figaggine assorbita.

New York è la città delle città, una ultragalassia in cui noi galleggiamo a meraviglia, la città per me e te. Rivederti lì, dopo quel lungo viaggio, baciarti in punta di piedi, è stata sul serio la cosa più straordinaria del mondo.


 

in attesa della traversata

Tre ottobre, a Bologna c'è una fastosa aria da "indian summer", e mancano appena quattro giorni a quella che chiamo pomposamente "la traversata".

Ieri ho portato la cagnetta al mare, e ho trovato che la riviera fosse bellissima, di un incanto senza tempo, con la spiaggia lunghissima senza ombrelloni, senza niente. Ho scattato una fotografia alla P. sul moscone rosso, uno di quelli con la scritta "Salvataggio", e ha un'aria proprio buffissima, da bagnina pelosa.

Sembra persino che abbiamo finalmente trovato la nostra casina newyorkese, uno studio piccino piccio' nella Little India dell'East Village, il classico posto che fa per me e te. Mi piace l'idea di noi che ci svegliamo e usciamo per mano nella meraviglia soleggiata di quelle stradine alberate, tra quelle case di mattoni che hanno ospitato le famiglie degli immigrati di tutto il mondo, la working class che ha colorato l'America.

Nel frattempo mi occupo delle piccole cose pre partenza, metto da parte i vestiti che preferisco, sbircio la guida, chiamo la banca, controllo cento volte al giorno che il passaporto sia sempre al suo posto.
Ho voglia di riabbracciarti, di farmi raccontare del freddo di Seattle e di tutto il resto. Mi piace da morire parlarti al telefono, sentirti appena sveglio mentre io sono immersa nel pieno del pomeriggio, darti la buonanotte mentre tu sei nel pieno del tuo giorno. E' una cosa stranissima parlarti dal futuro.

 

calma e caos

Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi.
In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro
e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.
[Tabucchi, Viaggi e altri viaggi]

Questo è stato il viaggio più lungo che io abbia mai fatto, e ora ho bisogno di tempo per riprendere contatto con le cose di sempre, per raccogliere insieme i pensieri di tanti giorni avventurosi e caldissimi e felici.
Così faccio compensazione rileggendo Tabucchi, liberandomi da impegni, ciondolando dal letto alla doccia al letto, baciando molto la cagnetta, dormendo, guardando le fotografie, lavorando poco e male.

Ora che ho disegnato l’itinerario su una mappa, mi pare che siamo stati completamente matti a ideare una cosa del genere, eppure, per un qualche assurdo motivo tutto ha funzionato.
I treni si sono rotti centomila volte, abbiamo perso le coincidenze e i traghetti ci hanno tenuti bloccati nei porti, ma per uno strano sortilegio balcanico ogni cosa è andata esattamente nella sua casellina prevista e tutto è andato alla perfezione pur andando a scatafascio, una vera assurdità.

Abbiamo dormito per terra sul ponte dei traghetti, abbiamo dormito nelle cuccette dei treni, in meravigliose soffitte affacciate sui tetti, sul molo dei porti in attesa di navi, sui sedili scomodi dei pullman, in begli ostelli di legno, in case con il patio affacciato sul mare, direi ovunque.
E noi ci stavamo bene, ci stavamo come dio, e ad un certo punto abbiamo accettato che nei Balcani non funziona mai niente come desideri, ma che comunque anche se la cosa richiede più tempo del previsto, tutto finirà a meraviglia e tu ti sentirai distintamente felice.

Abbiamo fatto il bagno nel mare greco più azzurro che si possa desiderare, camminato di nuovo per le strade di Istanbul piene di gente e gabbiani e caffè, passato 35 ore su un treno di tre carrozze abitato da saccopelisti di tutto il mondo, dormito beati in un pomeriggio di pioggia a Belgrado, fatto la fila insieme ai cittadini di Sarajevo per il pane caldo e profumato delle sette di sera, girato per Hvar con un vecchio maggiolone arancione, e salvato almeno due micini. Prendere quello che viene, come viene, dormire per terra, e poi trovare morbidissimo un letto qualsiasi. Fare il bagno nel mare, al fiume, sotto una cascata. Scarpinare su per una frana, non fare niente di niente, cenare con l’equivalente di un euro, cenare con tagliolini allo scoglio. Baciarsi da pazzi, essere troppo lerci per baciarsi. Contrasti balcanici.

Mi piace pensare che ci sia un momento preciso in cui ogni viaggio viene riassunto, un attimo centrale, perfetto, in cui si possa condensare tutto l’intero percorso, con cui si possa ricordare in un attimo, venti giorni di pace, caos, piccoli sconforti ed entusiasmi.
Quel frammento, stavolta, è per me il cielo di Ikarìa, la notte, io e te che tornando a casa in motorino, su per le strade montagnose dell’isola, ci fermiamo nel niente, togliamo i caschi, guardiamo in su, e scopriamo che sopra di noi c’è la cosa più pazzesca che abbiamo mai visto, trilioni di stelle nel buio immenso dell’Egeo. La-via-lattea.

Un cielo così è semplicemente una cosa da morirci secchi, e per me è il condensato di quello che è stato questo viaggio: un viaggio freak, caotico, faticoso e luminoso. Il viaggio che volevamo, in tutto e per tutto simile a come siamo noi in questo momento della nostra esistenza, un viaggio da indossare come la bella tunichetta di cotone blu che ti sei comprato a Sarajevo e che mi piace da morire. E’ stato bellissimo portare a termine una cosa così fica insieme a te.

caschetti, antibiotico e dogane

Quello degli I'm from Barcelona è stato un concerto splendido, il più bello dell'estate, per lo meno dell'estate FINORA. E il bagno notturno che l'ha seguito, nell'acqua stile brodo di marina di Ravenna, è una di quelle cose che fanno sentire proprio BENE, e me l'hai insegnato tu. Che poi una deve tornare a Bologna in maglietta, ed essere accompagnata fino alla porta di casa perchè ha dei vicini PERICOLOSI, ma non importa, non importa per niente.

E poi oggi è un giorno stra produttivissimo, con prenotazioni di traghetti greci passaggioponte, e persino di voli intercontinentali che in 11 ore mi porteranno al nostro appuntamento newyorkese, l'appuntamento degli appuntamenti. Ed è tutto merito tuo, che risolvi le mie improduttività.

Così, anche se uno prende gli antibiotici ed è spossato come la madonna, è tipo felicissimo. Felice di cieli azzurri non annunciati, felice di partire fra 7 giorni, felice di camminare stretti stretti sotto un micro-ombrello rotto, in via del Pratello, in una sera piovosa.

Devo annotare, per dovere di cronaca ma anche a monito futuro, che ieri la mia parrucchiera cinese che dice di chiamarsi YAYA, ha giurato di tagliarmi solo due centimetri di capelli, e invece mi ha praticamente disboscato la testa, dando vita ad un caschetto molto young e molto ingestibile.
Dopo un drammatico pianto sui riccioli perduti, ho accettato l'idea che in Grecia sembrerò una matta, ma solo perchè tu hai giurato che mi amerai lo stesso.

E mentre tutto ciò succede, è il 20 luglio.

ألمغزب

E' sempre così strano, tornare. E stavolta lo è ancora di più, per via di tutti quei colori africani, di tutto quel caos di motorini a miscela, veli integrali, asini, pecore, agnellini, deserti, alberi di Argan, e  tutti quei "solo per parlare", "solo toccare", "solo guardare", "solo provare".
Mi pare di aver fatto un sogno moltissimo lungo, e sul serio non sono sicura di esserci stata veramente, in Marocco.

Non sono sicura per niente che quando mi hanno ficcato in braccio una scimmia incatenata al collo, e io mi sono cacciata a piangere come una fontana per la pena, fosse tutto vero. Magari sognavo.
E quando ce ne stavamo seduti su un minuscolo terrazzino appollaiato nel cielo come un nido d'aquila, e il vento faceva fffsschhhh mentre il sole scendeva dietro la Koutoubia colorando tutto di rosa e azzurro e arancio, ecco, nemmeno questo sono sicura sia successo veramente.

E' tutta una confusione, una roba onirica cazzutissima, uno stordimento, una magia, un incanto, una maledizione, un putiferio, questo Maghreb che uno si aspetta giallo, e invece è anche verdissimo, che uno si aspetta lento, invece a volte ti fa girare la testa, e uno si aspetta affascinante e invece è straordinario.

E le cascate d'Ouzoud, alte 110 metri di vertigine folle, con le scimmie in mezzo alla foresta, e quell'acqua argillosa, fangosa, come fosse il sudamerica o chissà cos'altro???

Ed Essaouira, con le mura bianchissime, una luce accecante come mai l'ho vista, e i gabbiani, e il mercato del pesce, e i tintori della rafia, con il loro calderone che parevano stregoni???

Che bello l'hammam in quella stanza caldissima, seduti per terra sul marmo bollente e bagnato, mentre una ragazzona marocchina ci lavava da capo a piedi, ci sgurava via secoli di pelle morta, ci rovesciava sulla testa secchiate d'acqua, sorridendo della nostra sorpresa. A me è bastato chiudere gli occhi, la bocca, non respirare, per sembrare di avere di nuovo tre anni, o di rinascere, o qualcosa di simile.

Ma come ho detto, non sono per niente sicura che sia successo, forse non sono mai stata in Africa e tutto questo l'ho immaginato. Però ho ancora le vertigini.