Category Archives: del lavoro

a gattoni e passetti

Da febbraio le cose al lavoro hanno avuto una incredibile impennata positiva. Prima sono stata spostata temporaneamente in un ambiente nuovo dove mi hanno coccolata e vezzeggiata e complimentata come non mi capitava probabilmente dall’epoca della scuola materna Ferrari, quando ero la pupilla della maestra Giorgia. In questo mondo per me misteriosissimo di informatica e ingegneria, tutti hanno finito per ritenermi veramente brava e indispensabile, persino esageratamente. Per me sono state fatte eccezioni, rotte regole e prassi, elargito concessioni. Praticamente un miracolo per chi come me era abituato a lavorare tra le grette invidie e bassezze bassissime da ufficio.
Ho cominciato ad andare al lavoro contenta, a uscire tranquillissima, a pensare al giorno successivo con assoluta serenità. Sono stata messa sul piedistallo da un dirigente che paga una retta dell’asilo del figlio molto simile al mio stipendio, e per mesi interi in ogni occasione mi è stato fatto capire quanto io fossi preziosa e speciale.
Poi è venuto un momento, qualche settimana fa, in cui ho potuto sfruttare tutta questa situazione per me stessa, e decidere coscientemente di abbandonare quel lido tranquillo per un lavoro nuovo, meno tempo libero e uno stipendio notevolmente più alto.
So di aver fatto la scelta giusta, ma mi sento tutt’ora un po’ una merda, come ad aver tradito qualcosa di speciale o aver rotto un incanto. Non è detto, poi, che le cose non debbano andare bene anche dopo, non è detto che io mi trovi male, non è detto nulla. So che doveva andare così, solo mi dispiace per le persone buone che ho perso.
La vita scorre, questo 2013 scorre, proprio come avevo scritto tempo fa, come un fiume.
L’idea di una casa tutta nostra sembra ora talmente a portata di mano che quasi mi dà un brivido. Credo di avere fatto le scelte giuste, di averle fatte in onestà e nell’ottica del buonsenso, e anche se continuo a dispiacermi del piccolo tesoro di bontà che avevo raccolto in quell’ufficio, penso: ok, Elisa, sta andando bene.

summer dreaming

E' estate da tre giorni; la piccola P. dorme stesa sul pavimento in cerca di fresco, ronfa, russa, borbotta. Secondo me sogna un mondo migliore in cui i cagnetti sono dei veri gentlemen e le chiedono il permesso prima di annusarle la passerina, o al massimo sogna un mondo dove ci sono ravanelli rossi e gustosi a tutti gli angoli delle strade.

Io, in questo inizio di tutto, scrivo una marea di articoli sottopagati di cui vado ingiustamente fiera, poi mi trascino al lavoro con malcontento, sbuffo tutto il giorno, drammatizzo, mi addormento fissando il computer. Penso tutto il tempo al momento in cui le lancette si allineeranno sulle 19 esatte ed io potrò fuggire di corsa, lanciata verso la macchinetta timbratrice del cartellino come nel peggiore film fantozziano. Che vergogna.

Penso davvero che sia un gran sopruso lavorare a questo modo, con fastidio e disinteresse, buona parte della giornata, per poi dover concentrare in una manciata di ore, una o massimo due, le cose migliori della nostra vita.

Io in genere non invidio nessuno, dico davvero. Non invidio le persone ricchissime, quelle belle da far spavento, e neppure quelle super talentuose. Queste ultime le ammiro, le stimo, ma giuro che non le invidio, perchè tutto sommato penso che essere bravi sia un merito, anche quando pare proprio una botta di culo regalata alla nascita.

Ma c'è una categoria di persone di cui ho una fottuta invidia, e sono quelli che possono permettersi di fare il lavoro che amano, quelli che nella propria occupazione si realizzano sul serio, felicemente, e possono vivere facendo un qualcosa che provano piacere a fare.

Non so, tipo i liutai, gli agricoltori soddisfatti, i fotografi, i musicisti, i giornalisti seri, gli scrittori, i medici con la vocazione. Invidio persino i preti, se proprio nella vita ci avevano sta vogliona di fare i preti.

Perchè non posso fare la fotografa, la redattrice di guide di viaggio, o la coltivatrice di orchidee, o la disegnatrice di libri per bambini? Tutto il resto va alla grande, datemi solo da fare una di queste cose, ed io non mi lamenterò maaaaai più in tutta la mia vita.

Non calpestare i palmipedoni


Mi aggiro per il magico mondo del Grande Istituto Bancario-assicurativo curiosa e confusa come Alice nel Paese delle Meraviglie. E come nel libro di Carroll, mica tutto è meraviglioso veramente, anzi! Ma la novità è attraente e il sapere di non tenerci affatto ancora di più.
L’immenso complesso aziendale, ideato decenni fa da un tale che chiameremo E.M., e riportato con inopportuno orgoglio su ben tre plastici del luccicante atrio, integra oggigiorno anche il più recente (nonchè il più evidente) mostro edilizio di tutto lo skyline bolognese. Che vanto!
Il sito aziendale recita così:

Il complesso di  Via xxxxxxxx xx (…) racchiude ipotesi progettuali e tecnologiche che anche oggi si possono ritenere attuali e quanto mai valide. La modularità delle finestre (…), la facilità di suddivisione degli spazi e il contenuto spreco degli stessi comporta una sostanziale ottimizzazione dei costi  (…) Quando si ragiona con i “grandi numeri” l’utilizzo razionale degli spazi è fondamentale…bla bla bla…

(Quello di E.M. sarebbe capitalismo all’ennesima potenza, se non fosse per la spiritosaggine della toponomastica bolognese, che nonostante tutto e tutti, si fa beffe del liberismo economico continuando imperterrita a celebrare le vittorie sovietiche e altre simpaticherie di questo tipo)

In questi giorni mi sono più volte persa per questo colosso edilizio in cui tutti i dannatissimi corridoi sono identici fra loro, e dove gli stessi elementi decorativi sembrano ricorrere in maniera ossessiva senza alcuna variante.
Uno cammina cammina e niente, non varia il parquet, non variano nemmeno le targhette degli uffici i cui nomi, altinsonanti e generici sembrano un inno all’imbosco: "Ufficio GOVERNANCE". Eh? "Ufficio GESTIONE AFFARI INTERNI". Cioè???
Un pò come quando uno al liceo scriveva sulla giustificazione "assente per motivi PERSONALI".
E’ semplicemente fantastico…
Oggi poi ho scoperto che la mensa aziendale (ma in realtà sono due) è una catastrofe di odori da ospedale uniti al putiferio dell’aperitivo al Mambo nelle sere di punta.
La gente poi non ne parliamo, è un misto di yuppy che credono di lavorare nella Grande Mela, e di raccomandate in tacchi a spillo. Il tutto in salsa provinciale.
E se adesso rileggo quel che ho scritto sembra che io ne stia parlando male, ma non volevo, non volevo proprio per nulla parlarne male!
Tanto lo so che poi, come Alice, mi risveglio sotto ad un albero, in un parco di Copenhagen, con A. che mi racconta storie di brutti ceffi le cui orecchie a sventola possono uccidere

del rafting e in generale delle cose nuove

Bevi latte tiepido che non ti sembra di aver mai desiderato altro, poi lavoro, lavoro, lavoro, e tra le altre cose fai anche rafting (sì sì proprio rafting).
Perchè la tutina in neoprene ti dà un’aria quasi sportiva, e alla fine del torrente ti vengono in mente una marea di cose avventurose che hai improvvisamente e misteriosamente una gran voglia di fare.
Leggi Simenon, e Simenon è un gran bel leggere.
E percorri la tratta via Irnerio-Piazza Santo Stefano in meno di cinque minuti.
E puoi quasi giurare che il signore dei Krapfen ti abbia sorriso, l’altra notte.
E insomma, a parte tutto, avendo il buon gusto di fare le cosine senza fretta e a modo…

l'anno delle stelline

Stanotte una scia luminosissima ha attraversato l’angolo di cielo nero che guardavo senza realmente guardare.
Ho aperto la bocca sorpresa come una bambina a cui mostrano un qualcosa di nuovo e bellissimo, ho visto la scia bruciarsi fino a spegnersi con un ultimo sussulto, ho chiuso gli occhi stretti stretti e con una faccetta concentratissima ho espresso un desiderio.
Non avrei voluto essere in nessun’altro posto, con nessun’altro, per la mia prima stella cadente dell’estate, perchè si sa che le stelle cadenti sono una faccenda mica da poco.

In questi giorni, per fare un riassunto, vado a letto alle tre e mi sveglio presto piena di sonno, al lavoro arrivo tardi e non faccio in tempo ad entrare che già mi hanno portata a prendere il caffè in via d’Azeglio, nonostante ciò mi fanno complimenti e io metto su un ghignetto da sfacciata, poi  ceno in posti discutibili  dove mi diverto da morire, passo serate dolcissime che sanno di gelato, mangio un sacco di pesche, studio poco e mi addormento leggendo Domani nella battaglia pensa a me di Javier Marìas.
Ma io mi merito tutto questo?
Non ne sono poi così sicura, ma nel dubbio meglio fare la disinvolta.

genova per noi

E’ una strana sensazione quella di avere talmente tante cose da scrivere che si fatica a trovare da dove cominciare, non capendo in mezzo ad un assoluto groviglio da dove parta il gomitolo di lana azzurra degli eventi e dei sentimenti importanti.
Ora mi sento proprio così, ritrovandomi qui a scrivere una frase e a cancellarla un attimo dopo perchè non è aggraziata o espressiva o significativa come vorrei.
Nel giro di un paio di giorni ho iniziato il mio stage in Prefettura, e poi sono partita per una piccola vacanza genovese.
Sono state giornate belle, dolci, felicissime, e tutt’ora sorrido nel vuoto ripensandoci.
I colori di Genova, la camera da fiabetta su una torre, guardare dall’alto i tetti chiari snordarsi fino al porto, camminare per i vicoli strettissimi e misteriosi, svegliarsi con il profumo delle brioches, il mare come presenza costante anche dove non si vede, la gente, l’aria fresca, il sentire che non manca proprio niente…niente niente niente.
Genova incanta e il tempo è volato, ma fortunamente non ho avuto neanche un attimo per rattristarmi del ritorno alla routine e questa mattina ho varcato il portone della Prefettura con una faccetta tranquilla.
D’altronde anche qui non ho un cavolo di cui lamentarmi: le cose vanno bene, il lavoro è interessante, in pochi giorni ho imparato una miriade di cose e sono tutti terribilmente carini con me.

Vorrei scrivere meglio, scrivere ogni più piccola cosa per ricordarle tutte e non scordare neanche un dettaglio di questo periodo così felice, ma è meno facile di quanto sembri quindi vedo di accontentarmi.

Mon Dieu!

Ok, l’ho capito che è un periodo intenso, ma magari si sta un pochetto esagerando…
Ieri ho provato l’eccitante sensazione di schiantarmi col motorino contro una macchina, una sorta di tentato omicidio, e di rialzarmi senza sentire NIENTE guardando con costernazione il mio casco color prugna che ondeggiava a 6 metri da me.
Ovviamente nel giro di dieci minuti ha cominciato a fare male TUTTO, la gente continuava a dirmi che ci voleva l’ambulanza, ed io in totale esaltazione da incidente stradale avevo messo su una certa aria scocciata come di una a cui hanno annullato il volo per le Maldive.
Ora me ne sto qui dolorante, a fissarmi i lividini e i graffi, e penso che in fondo mica può andare tutto bene sempre, e che anzi, a dire il vero mi è andata bene anche stavolta.
Mi piacerebbe tantissimo cogliere l’occasione per fare per un pò l’ammalata, ma non ho tempo.
Ho finalmente preso alcune decisioni circa il mio ciambellesco futuro e devo sbrigare una serie infinita di questioni burocratiche per iniziare nel giro di una settimana uno stage in Prefettura.
Ci ho ragionato un sacco, mi sembra una buona opportunità, e poi è ora di assecondare un pò quel che offre il destino, smetterla di risparmiarmi.
D’altronde quando ti senti chiamare Dottoressa senza nemmeno esserlo ancora, mica puoi dire di no.

Mi è soggiunto proprio ora il pensiero angosciante che se mi fosse successo qualcosa l’ultimo post di questo blog sarebbe stato su Buttiglione e la sua ingordigia da gelato. Che schifo!