Category Archives: del passato

pomeriggi di pirati e isole deserte

Se soltanto, dannazione, la smettesse di piovere. E se soltanto fosse arrivata quella cosa.
Invece niente, e la cagnetta mi sta guardando malissimo (in cagnesco?) da ore, neanche fosse colpa mia se non possiamo uscire.
Per ingannare il tempo mangiucchio yogurt al malto facendo giochetti con il cucchiaio, e intanto penso che questo pomeriggio è identico a centomila altri pomeriggi della mia infanzia, quando il freddo impediva di scorazzare in giardino e io me me stavo chiusa in casa dei nonni a sognare mondi interi e compagni di avventure.
Una delle mie attività preferite era cucire vestiti per i pirati di una misteriosa isola deserta; come ci fossi finita, poi, su questa isola, contava ben poco.
E inventavo persone, posti, storie; poi parlavo un pochino da sola recitando la mia parte alla perfezione.
Talvolta penso che la mia malinconia di fondo sia nata in quei pomeriggi sereni ma molto solitari.
Che sia nata un pò tutte le volte in cui ho desiderato che ci fosse qualcuno a rispondere alle mie recite piratesche, e questo qualcuno non è arrivato.

1998 le Canard enchaîné

Mi sono tornate in mente, ma non so perchè, le mattine d’inverno in cui scappavo da scuola e andavo a rifugiarmi nella biblioteca di Villa Spada. E mi è tornato in mente il piacere assoluto di nascondermi tra gli scaffali pieni di vecchie riviste catalogate e inumidite dal tempo, indisturbata e vogliosa di sonno.
Andavo alla lettera F, facevo scorrere le dita sulla fila delle copie di Frigidaire, e dopo averne scelta una senza alcuna logica, mi sedevo per terra, la schiena appoggiata alla libreria, e con addosso la sensazione inspiegabile ma bellissima di stare frugando in un qualche pericoloso tesoro, mi annegavo tra i fumetti di Andrea Pazienza, gli articoli, e le storie, già allora vecchie di anche dieci anni ma ancora così scandalosamente rivoluzionarie…

un signor giorno

Sole e sciopero, che è meglio della pioggia e sciopero di Montale.
Ho consegnato la tesi all’Ufficio didattico, rilegata in un cartoncino lilla molto molto chic, quindi lo psicodramma burocratico è finito, concluso per sempre. Amen.
Inoltre ho acquistato una bicicletta nera per nulla luccicante, una bicicletta con i freni in condizioni credo decenti, nè vecchia nè nuova, e con un certo fascino decadente che le fa perdonare molte cose.
Pedalando verso casa, nella lieve ma ininterrotta pendenza che separa il centro dal mio quartiere, ho capito in che senso io abbia fatto male ad andare unicamente in motorino ovunque per un buon decennio.
E che c’è un certo piacere nella lentezza e nella dilatazione delle distanze.

Ieri sera ho rivisto dopo circa dodici anni buona parte dei miei compagni delle scuole elementari, ed è stato bello ritrovare le loro facce cresciute ma nemmeno troppo, e non parlare solo di un passato ormai paleolitico ma invece raccontarci di viaggi in Africa e viaggi al Nord, di presente e speranze.

E la domenica ultimamente è diventata un gran giorno, proprio un SIGNOR GIORNO, anzi un SIGNOR POMERIGGIO.

goodbye duemilasei

E’ la decima volta che inizio questo post e lo cancello. Avrei voluto che fosse una sorta di memoria postuma del duemilasei appena finito, ma per una strana ironia quando le cose da dire sono troppe si finisce per non riuscire a dire un bel niente.
Non è che siano successe cose sensazionali e come ho scritto molte volte per un sacco di tempo mi sono sentita come sospesa in un vuoto galattico, eppure è ugualmente impossibile riassumere tutto in qualche riga di sintesi.
Da agosto in poi però le cose sono cambiate…Guardo le fotografie e mi accorgo che sono piene di colori come se avessi ricominciato a vivere a colori pure io. E’ un buon segno direi.
Ho dato esami, lavorato, ballato fuori ritmo, cantato stonatissima in motorino, iniziato a volere bene ad alcune persone, imparato cosa si prova quando qualcuno non c’è più, saltato lezioni, e fatto molte fotografie.
Penso saranno loro, molto più delle parole, a ricordarmi questo duemilasei cosi strano ma tranquillo.
La serenità è un lusso assoluto e come tutti i lussi la si prende in considerazione solo se manca, ma io l’ho capito e non voglio fare l’errore di dire che mi è mancato qualcosa.
Ho avuto tutto, ringrazio cortesemente e per il duemilasette chiedo solo un sottofondo dei Belle & Sebastian e colori accesi, se possibile.

applausi pliiizz

Signore e signori,
posso annunciare ufficialmente che questo blog ha appena compiuto 4 anni.
Applausi plizzz.

E’ l’una e cinque del ventuno dicembre duemilasei e urge un brindisi, ma prima sono in dovere di annotare per i posteri che dopo dieci minuti di invani e confusi tentativi di aprire la bottiglia del bailey’s  ho convenuto di ripiegare su un amaretto qualsiasi.
Cosi’ ora bevo lentamente e schiocco la lingua sul palato soddisfatta del misto dolce-amaro del liquore, e intanto penso al giorno che ho iniziato a scrivere qui sopra che mi sembra sperduto nella nebbia della memoria, come irragiungibile.
Migliaia di fatti, fattucoli, infatuazioni, aneddoti, desideri, scelte giuste o sbagliate, libri, persone, sogni, delusioni, canzoni, e tutto per ritrovarmi qui stanotte senza un briciolo di sonno e una marea di sogni da sedicenne…che traguardo!
In realtà se mi concentro tantissimo (ma proprio tantissimo) mi viene in mente che millequattrocentosessanta giorni fa ero una svogliata liceale mentre ora mi mancano una manciata di esami alla laurea, ma è come se non fosse cambiato molto, somiglio incredibilmente alla me stessa di ieri.
Caro il mio blog, ti chiedo scusa per tutte le futilità di cui ti ho riempito e mi dispiace tanto se invece di diventare una promettente intellettuale o una spericolata viaggiatrice ti ho condannato ad un destino di scemate e resoconti di avventurette da ciambella.
Ora che ho brindato al mio blog e mi sono scusata con lui, è forse ragionevole che io mi metta a letto, mi legga qualche pagina di Pessoa e poi tenti di dormire sperando in uno di quei sogni di zucchero a velo che fanno svegliare allegri.

della musica

Stanotte ho una terribile nostalgia di chi non c’è più, è quella sorta di malinconia del tempo che ogni tanto mi assale peggiorata dal tristissimo evolversi di questo anno strano.
Ascolto Milano e Vincenzo di Fortis che amo follemente, e lascio che poi iTunes faccia da sè.
Melodie, suoni, parole, che poi sono pezzi interi della mia vita di cui ritornano vivi sapori odori colori che avevo scordato nel sovrapporsi indelicato dei giorni sui giorni.
Train in Vain dei Clash e il gusto amaro della birra chiara bevuta sulla collina del Parco Nord ormai secoli, forse millenni fa.
Le note allo yogurt di Sugar Girl dei Cure, il cocktail azzurro del vecchio Transilvania in via San Felice e lo spergiuro infantile di non bere mai più niente per il resto della mia vita.
Risento ora, dopo secoli, i noir desire e ripenso a quell’alba angosciosa e grigia sul treno che lasciava il mare blu della liguria e mi riportava nelle nebbie fitte della mia pianura.  Tenevo tra le mani una campanellina rosa che qualcuno tre ore prima aveva rubato per me dal giardino di Villa Montale e mi deprimevo al pensiero scemo di quei due occhi che non avrei visto mai piu’.
E’ buffo perchè nonostante lo strazio da romanzetto rosa che provocò in me nella realtà fu una cosa da niente.
E poi c’è Mis-Shapes dei Pulp, i giri sui colli col motorino sempre in due peggio degli 883, riempirsi la bocca di fumo acre e sentirne l’impercettibile consistenza, credere di fare qualcosa di proibito, pentirsene un secondo dopo e vergognarsene.
Parte I love you Maryanna di Rino Gaetano e mi viene da ridere perchè è la canzone di Barcellona, di Silvia che mette in ordine mentre io maneggio un ferro da stiro per la prima volta in ventanni e sono felice come poche altre volte.
Seguono altre canzoni e quindi aneddoti banali ma talmente presenti che mi metterei a piangere: le note al pianoforte di Nicola Piovani nel  circo massimo con davanti tre milioni di persone, ascoltare Bublè dal maggiolone di gièc guardando Bologna da San Luca, il fruscio dei dischi di mio padre quando ero una bambina, innamorarsi come una pera di un ragazzo con i ricci e chiedergli di cantarti Generator solo per sentire la sua bella voce.

d'una gita al podere

Nella mia famiglia c’è l’abitudine di andare ad acquistare il vino nel podere dove i miei nonni sono cresciuti e siccome ieri era il giorno del ritiro delle botti siamo andati tutti a Riosto, Polpetta compresa.
Stare in mezzo a quelle colline verdi, coltivate a vigna, dove hanno vissuto i miei bisnonni,  e dove le loro case sono ancora li’ in piedi o in rovina, mi ha impressionata molto. E’ uno spaccato della mia famiglia che posso solo farmi raccontare ma che eppure mi sembra d’amare moltissimo.
Tirava un vento fortissimo che spazzava via tutto, ma c’era il sole e non faceva per nulla freddo. Ho ripensato alla guerra, ai rifugi nascosti in quelle colline dietro cui passava inesorabilmente la linea gotica, a mia nonna bambina, alla vita dura che si faceva.
Ho corso con la Polpetta a perdifiato per i prati in discesa e in un certo senso m’è venuta voglia di esserci cresciuta pure io in mezzo a tutto quel verde, alla terra, ai boschi di castagni che si alternano ai calanchi, alle chiesette antiche, alle vigne, che stanno ancora li’ come non fosse passato neanche un mese.

Le foto della Polpetta in gita collinare al Podere Riosto
le trovate ovviamente sul suo blog cliccando qui.

dell'insopportabile

La mancanza di una persona che non c’è più è talvolta tollerabile.
Magari stava male, magari era anziana, magari faceva una vita che vita non era più.
Ma quel che è successo in queste ultime giornate tristi non ha nulla in sè di tollerabile.
E’ piuttosto la mancanza inspiegabile, l’impossibilità di rassegnarsi all’evidenza, l’insopportabile sensazione che niente sarà più uguale a prima, a ossessionare i miei non-sonni, e a farsi sentire continuamente durante la giornata.
Una parte limpida della mia vita se n’è andata per sempre insieme alle parole di speranza e fede del prete, parole che purtroppo per chi non ha nè speranza nè fede, non sono altro che ennesimo dolore.
Vedere lo spazio aperto, pronto ad essere utilizzato, sopra la tomba dei miei bisnonni mi ha atterrita, e mi sono sentita come se qualcuno avesse sostituito la pellicola del film a metà del secondo tempo.

Il buon prete non ha alleviato nulla, e mi chiedo veramente che senso abbia la vita per chi come me non crede.

di un flashback

Devo essere l’unica anima presente in tutto Palazzo Hercolani, ed è buffo entrare qui e trovare un computer acceso, le luci accese, e non una sola persona. E’ come stare dentro uno di quei videogame dove tutta la città scompare inspiegabilmente e tu resti a vagare per tangenziali senza auto chiedendoti che cazzo è successo.

Di fatto non è successo niente, è solo Bologna il 27 di dicembre, e io sono venuta in centro perchè qualcuno ha avuto la gentilezza di portarmi un dono graditissimo dal profondo sud e devo ritirarlo. E’ una mattinata in cui mi sento in vena di romanticismi e camminando in via Broccaindosso ho avuto voglia di entrare nel bar che frequentavo sempre quando andavo al liceo.   Ci facevo colazione, ci passavo ore meditabonde quando non sapevo se entrare a scuola o no, e seduta in quei tavolini di legno ho parlato con molti dei personaggi che hanno popolato la mia adolescenza e che in alcuni casi non ho rivisto mai piu’.

Sono entrata e il barista sgodevole era sempre li’, identico a cinque anni fa, con l’aria scoglionata che avevo quasi  imparato ad apprezzare. Mi ha dato del lei e mi ha riportato al presente, ho chiesto un caffè e mi sono seduta nella saletta che ho amato follemente. Le locandine originali dei film anni ’40 appese alle pareti, i tavolini di legno, le sedie rigide, il resto del carlino da leggere, la radio che gracchia de andrè.   Non una virgola mutata, non un qualcosa che mi chiarisca che non ho più quindici anni, che non dovro’ correre in classe a implorare pietà del ritardo, che non dovro’ ingannare il tempo leggendo frigidaire, che non sarò piu’ in balia della lancetta dei minuti che pare non muoversi mai, che non scrivero’ piu’ letterine d’amore che qualcuno tratterà con sufficienza e che senza rimpianto, non vedro’ più certi visi ai quali ho voluto bene.  

E’ stato un tuffo nel tempo, dolce e non amaro, come se la consapevolezza che tutto è passato per sempre non mi arrecase alcun dolore. Sono stata molto felice e a volte molto triste, ma è già tardi per tutte quelle cose, e poi come dice Guccini  "…e rimpiangere, rimpiangere mai".

1984

Al semaforo di fronte a porta Castiglione sono stata circondata da un gruppetto dei cosidetti cinnazzi motorizzati d’ultima generazione.
Parlo di quei sedici-diciasettenni con i cinquantini-macchina da seimila euro, con addosso dei vestiti brutti, degli occhiali da sole da imbecilli, la maniere che danno il voltastomaco, la strana abitudine di sputare sui piedi altrui come dei lama delle Ande.
Insomma, c’erano questi sedici-diciasettenni che si facevano urlacci l’un l’altro, ognuno sul suo macchinino-cinquantino rumoroso e sgraziato, con un sottofondo di musica orrenda e delle facce persino un po’ sceme, che tentavano di sgasare e di farsi notare.
Io lo so che dico cose che neanche una vecchia, e che sono tollerante come un umarell del centro storico, però cazzo.

Quando sono nata io il presidente della Repubblica era Sandro Pertini, Maradona arrivava a Napoli per la prima volta e sorgeva l’ EZLN.
Sono cresciuta guardando in televisione la caduta del muro di Berlino, il Pranzo è Servito con Corrado, i Chips, i Muppets, McGyver e il Wrestling mitico. In edicola usciva Frigidaire, i genitori ti mandavano agli scout, e il massimo dell’erotico era Skorpio sbirciato di nascosto da librerie altrui.
Ho vissuto gli anni dell’indignazione contro la mafia che aveva assassinato Falcone e Borsellino, gli anni in cui imprenditori si uccidevano in carcere per la vergogna di un avviso di garanzia e a quattordici anni ho avuto un motorino che mi parve la via d’accesso all’universo intero. Non ci avevo il maledetto cinquantino-macchinino e neanche quegli occhiali da imbecille. La televisione era diversa, non migliore, ma diversa e c’era Marzullo con più capelli e Costanzo che quasi quasi pareva un giornalista. Nessuno aveva mai vista uno sgozzamento per intero, gli idoli massimi erano holly e benji, a scuola ci facevano imparare pezzi della Divina Commedia a memoria e facevamo i dettati e così abbiamo imparato dove l’apostrofo va e dove non va.
E poi a dodici anni ascoltavo i beatles e i rem e i nirvana, al peggio gli 883, ed eravamo più ingenui e forse più fessi, ma molto più puliti.
Non è che la politica fosse fatta da santi, ma anche nel magna magna generale la DC aveva più garbo di chi si spartisce il potere oggi.
Oggi un politico può tranquillamente dire che con la mafia si deve convivere, Costanzo passa le domeniche fra salti con l’asta e palloncini colorati, Enzo Biagi dopo quarantanni in Rai è stato licenciato tramite raccomandata, per le strade imperversano i macchinini-cinquantini e gli smashing pumpkings si sono sciolti.
Dove andremo a finire.