Category Archives: dell amore e di altri demoni

occhi in su

Si aspetta la neve, con la faccetta piantata in su addosso ad un cielo bianco, immobile, muto. A forza di copiaeincolla, copiaeincolla, copiaeincolla, tutte le nostre infinite lettere sono al sicuro. E inoltre per un qualche miracolo miracoloso, tutto il mio vecchio blog amatissimo ora è qui, come se non fosse mai stato da nessun’altra parte.
E’ una meravigliosa fine di gennaio. Qualcuno lascia Bologna per l’Australia, qualcun altro prende decisioni inattese, e se la neve non verrà oggi, allora verrà domani.
Ti amo più di ogni giorno precedente.

flu

Quest’ultimo è stato un anno talmente denso di partenze e ritorni, da non poter finire in nessun'altra maniera se non così, a Istanbul, con te.
E a forza di cercarla l'abbiamo trovata, la nostra città dei sogni, appena dietro i traghetti greci, le moschee di Sarajevo e i ristorantini balearici.

Chi lo sapeva che sul traghetto che da Eminonu va a Kadikoy, ci si può commuovere fino alle lacrime guardando la sponda occidentale della città con i suoi mille minareti e gli alti palazzi decadenti dell'antica Pera, stagliarsi contro il cielo azzurro denso di gabbiani, mentre l'Asia si avvicina?

Si rimane a bocca aperta davanti a questo spettacolo pazzesco, con il mar di Marmara che si fa improvvisamente blu, e in testa il pensiero pirla che la scia bianca lasciata dalla nave somigli in maniera evidente ad un cordone ombelicale, un cordone che ti lega per sempre a quella stramba e immensa città.

Sulla sponda asiatica, in mezzo a stradine strette dove il sole filtra di lato, ci si ritrova immersi in un mercato dove vengono venduti pesci dalle squame di un blu misteriosissimo, barili di olive luccicanti verde intenso e nere, e spezie pungenti in tutte le tonalità del rosso.

Istanbul è i suoi vecchi cappotti lisi dal taglio sartoriale, la strampalata nostalgia di qualcosa, la cesta piena di mele cotogne all’imbarco dei traghetti, la nobilltà sui volti rugosi degli anziani, il grigio dei giorni di pioggia leggera, il celeste accecante, i gattini con un occhio solo, la nostra finestra affacciata sulla moschea blu, l’odore del narghilè alla mela, il vecchietto con la bilancia su cui ci si può pesare a pagamento, i locali di lusso al settimo piano, il canto dei muezzin alle cinque del mattino, lo starnazzare dei gabbiani intorno ai minareti, quello stronzo di Mehmet, i pescatori sul ponte di Galata, il çai a tutte le ore, le stradine in salita, l’Asia, l’Europa, e avanti all’infinito.
Istanbul è tutto quanto.


E’ iniziato il 2011 così, a metà di due continenti, con un viaggio stupendo.
Adesso ho la febbre, tanto tempo per riordinare le fotografie, e per ricordarmi ogni singola cosa.
Non so bene cosa succederà quest’anno e a tratti ho timore di tante cose, ma ho anche fiducia e curiosità, e un gran bagaglio di felicità accumulata.

Intanto, spero mi amerai anche se ti ho attaccato l'influenza

 

    
 

 

Quando qualcuno ci prende in giro dicendo che siamo sempre in viaggio, io vorrei che avesse anche solo una pallida idea di quanto noi viaggeremmo, se solo fosse possibile!
E’ tanto facile, poi, così incredibilmente semplice.
Basta partire con una macchina color caramella 52cavalli, correre a riempirsi gli occhi della luce stupefacente della Costa Azzurra, fare il pieno di amore e baci.
Ecco la felicità, la nostra felicità intendo.
Partire, svegliarci insieme in una stanza con il piumone a luglio, dividere una doccia scivolosa, fare colazione a mezzogiorno in un café sul mare, pranzare su un terrazzo di pietra che dà su una fontana, camminare per i vicoletti su cui Renoir ha strizzato gli occhi per individuare le chiazze di colore, fare l’ippopotamo in acqua per farti ridere.
Sei il mio compagno di partenze e di ritorni, e trovando te, ho trovato anche i miei viaggi.

E prima che Parigi bruci
finché è ancora tempo, mio amore
finché il cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

N.H.


¿Vosotros sois ingleses?

Rimesso piede sul continente si fa subito sentire una mostruosa nostalgia della vita balearica, di Eivissa, di Formentera, di tutto quanto.
Sono stati quattro giorni di felicità sconsiderata, di sole accecante, di cieli azzurri, muri bianchi, porte blu, mare trasparente e pelle scottata: i giorni più perfetti di sempre.
Questo viaggio era un regalo per te, ma devo confessare che ti ho un pò truffato, è troppo facile così!
Penso che adesso, se fossimo ancora là, staremmo camminando per la città vecchia di Eivissa in cerca di un ristorantino che ci ispiri, e staremmo ridendo, e ci staremmo compiacendo di quanto stiamo bene, di quanta felicità a palate esca da ogni cellulina del nostro essere…
Ma quanto ho amato sentire l’odore di bucato appena fatto camminando la domenica mattina per i vicoli vecchi e sgarrupati di Sa Penya, a quell’ora in cui si può incontrare solamente un vecchietto con il giornale, un gatto sonnecchioso, o al massimo una lucertola infreddolita dalla brina.
E le calette meravigliose e blu, i nostri pranzi delle tre del pomeriggio nei ristorantini in riva al mare, prendere il sole appiccicati, perderci in motorino per la campagna verde di pini marittimi e bianca di muretti di pietra!
Essere nel posto migliore del mondo con l’unica persona con cui avrei voluto esserci.
Sìsì, il tuo compleanno è stato anche il mio…

sunday

Qui si fanno i giochini con i pyssla.
Si fanno arcobaleni e tastiere e operai che fabbricano cuori.
E appena tornati già si ha voglia di ripartire.
Si prenotano biglietti aerei da ottoeuro che fanno pensare ad una primavera calda,
a cappelli di paglia, a spiagge deserte.

Abbiamo sei anni, o venti in più?
Mi piace da morire, con le nostre domeniche pomeriggio anebodesi, non ricordarmelo più…

 

Cade giù, su sfondo grigio-ghiaccio, un pò di quella pioggia autunnale che fa venire voglia di cioccolate con panna e negozietti di design in cui perdersi.
Le mie orchidee, però, immerse nel tepore di casa credono sia di nuovo primavera; gettano su nuovi germogli ed io invidio il modo semplice in cui si fanno ingannare.
Mentre scrivo qui, mi premuro di gettare di tanto in tanto un’occhiata severa a Polpetta, impegnata a fare la guardia ad una rondella di liquirizia che deve aver scovato non si sa come nella mia borsa.
La bestiaccia questa mattina aveva freddo e nonostante il ridicolo maglioncino di lana che le ho infilato addosso pareva non avere alcuna intenzione di uscire a fare la pipì sotto le intemperie.
Io, invece, è come se fossi nel mio ecosistema, con la cuffietta di lana e gli stivaletti di gomma, con la sensazione, soprattutto, che ci aspettino cose.
E’ un autunno tremendamente dolce, anche se freddissimo. Ieri ho perso uno dei miei amati guanti svedesi, ero un pò triste e tu mi hai disegnato la storia del mio guantino, scappato in giro per il mondo con una guantina spaiata come lui. Sorrisi enormi.
Me ne sto qui, tranquilla, scorrendo fotografie di case olandesi con il caminetto, e pensando a quanto desidero che sia presto. A quanto voglio che su Amsterdam cada la neve, e sia abbastanza freddo da dover dormire uno dentro l’altro.

vocabolario

2009Vorrei riuscire ad annotare tutto, per bene, in rigoroso ordine sparso. Ma non si può, je le sais.
Sono condensate troppe cose in questi giorni, e ci sono troppi chilometri a separare Bologna da Danzica, per riportare tutto qui.
Ci siamo accorti tardi, ed è buffo, che tutto questo intero viaggio era in realtà una scientifica attraversata d’Europa, dal Mediterraneo al Mar Baltico: si vede guardandolo d’insieme, con le linee tracciate su una mappa.
In mezzo ci sono state le frontiere slovene, croate, ungheresi, e talmente tanti controlli di passaporto da farti sentire in piena guerra fredda.
Mi chiedo se il tenerissimo ragazzo tunisino portato giù dal treno in piena notte dalla policija croata, sia mai riuscito ad arrivare allo Sziget Festival come voleva. Noi, a Budapest, non l’abbiamo più incontrato.
Lo abbiamo pensato spesso, però, gironzolando con la bicicletta sotto il sole di una città bella da far ammattire, combinata in modo da sembrare una via di mezzo tra Praga e Istanbul e persino Riga.
Quanto era bello stare appiccicati nell’acqua caldissima delle terme di Széchenyi… e ricordarle, poi, nella pioggerellina di Cracovia, davanti ad un gulash incredibile, preparato dalle manine sante della Nonna Lampone?
Ripartirei adesso, riprenderei ancora la macchina per farsi in due giorni i mille chilometri di Breslavia-Danzica e ritorno, e attraversare di nuovo tutta la Polonia dal fondo alla cima, in mezzo a boschi di cervi e cicogne, e lanciare gridolini di gioia ad ogni avvistamento…
E arrivare sul Baltico di sera, stanchissimi e orgogliosi, trovare una stanza nella bellissima casa dell’amante di Copernico, affacciarsi alla finestra e commuoversi per la bellezza struggente di Ulica Mariacka, per il suono dei violini che si spande, per l’odore di cannella, le lucine bianche dei caffè. Tu.
La definizione di felicità.