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back in the U.S.S.R.

Trovare all’improvviso tra le pagine di Viaggi di Repubblica le casette color pastello della piazza di Tallinn è una di quelle cose portentose in grado di farmi fare maestosi sorrisi.
Perchè quella città è un ricordo delizioso, un ricordo amoroso, un ricordo di colori e cieli incantevoli, di vetrine piene di mappamondi, di spilline back in the U.S.S.R., di baci sotto chiese ortodosse.

E questa mattina ho gironzolato per il centro con l’aria di chi non ha nessun dovere al mondo (non è vero, ma è bello fare finta che), e ho fatto colazione alle undici con Giacomo, come quando eravamo cinni e si fuggiva da scuola.
E sono entrata in un negozio bellissimo e mi muovevo con la boccuccia aperta e tutto mi sembrava incantato.
E domani andrò per la prima volta alle lezioni del nuovo corso, e ci sarà Claudia e questo pensiero già da solo mi fa contenta.

La tesi è finita, un lavorino decente.

modernismo

Lunedì mattina, abbigliamento da tesi composto da leggins grigini e maglione extralarge tutto pelosetto anch’esso grigino. La giornalista del piano di sopra è in loop e ha appena messo per la quarta volta consecutiva samarcanda, ad un volume altissimo.
Oh-oh cavallo oh-oh cavallo OH-OH. Ora basta, perdio.
Per il resto, le campane  della chiesa suonano mezzogiorno, fra quattro giorni si decide una parte della mia vita, che magari dire "parte della mia vita" sembra esagerato ma non penso lo sia.
Oggi appuntamento alle tre del pomeriggio con il mio migliore amico in piazza santo stefano, e anche per lui è un giorno importante e voglio che vada tutto bene, tutto bene a tutti.
Filantropia e umanesimo, e stile modernista.

momenti di grazia

Fuori sole. Iniziato il secondo capitolo della tesi, il che vuol dire che va bene.
Vorrei fosse sempre come in questi primi giorni d’autunno, con le colline illuminate dalla luce e spazzolate da un vento freddo che viene da chissà dove.
Sì, vorrei fosse sempre tutto morbido come in questo periodo di scrittura, in cui nuoto felice tra sentenze della Corte costituzionale, colazioni al cafè all’angolo, film di Cédric Kaplish su Parigi e libri di Alvaro Mutis in cui mercantili fantasma vanno su e giù tra il Baltico e il Sudamerica.
E sembra passato un millennio dai giorni di Helsinki, e invece è poco più di un mese e allora il tempo è davvero buffo e stravolto.
Sto qui a litigare con l’interlinea del documento word, fra un’ora devo essere al lavoro, e tutta la mia devozione va verso un cappottino rosso saltato fuori dalle pagine di una opulenta rivista di moda. Mi rivoltano la testa immagini parigine, mi piacerebbe camminare su un qualche ponte affacciato sulla Senna, con il suddetto cappottino rosso, e degli stivaletti marroncini che fanno tac tac per terra.
Ecco, cos’è, questa, se non la felicità?

rari nantes in gurgite vasto

E rieccoci qui, come Enea dopo la tempesta.
E pensandoci è stata una tempesta magnanima seppur nel suo essere spiacevole, e da qualche giorno ho la netta impressione che abbia cambiato il ritmo di tutto, come se il dolore e l’angoscia fossero serviti almeno a dare una qualche svolta alle cose.

L’altro giorno ho varcato il portone della facoltà dopo forse un millennio, e ne sono uscita sollevata perchè ho fatto una cosa che dovevo fare da mesi: ho chiesto la tesi di laurea, e non importa se nessuno comprenderà la portata storica di tale avvenimento, per me è meraviglioso.

Intanto sul terrazzo, nei miei vasi pieni di terriccio, spuntano finalmente teneri germogli verdi.
Oltre a ciò, altre due tre cose di una rilevanza incredibile e la sensazione che tutto, come sempre, andrà bene.

Mon Dieu!

Ok, l’ho capito che è un periodo intenso, ma magari si sta un pochetto esagerando…
Ieri ho provato l’eccitante sensazione di schiantarmi col motorino contro una macchina, una sorta di tentato omicidio, e di rialzarmi senza sentire NIENTE guardando con costernazione il mio casco color prugna che ondeggiava a 6 metri da me.
Ovviamente nel giro di dieci minuti ha cominciato a fare male TUTTO, la gente continuava a dirmi che ci voleva l’ambulanza, ed io in totale esaltazione da incidente stradale avevo messo su una certa aria scocciata come di una a cui hanno annullato il volo per le Maldive.
Ora me ne sto qui dolorante, a fissarmi i lividini e i graffi, e penso che in fondo mica può andare tutto bene sempre, e che anzi, a dire il vero mi è andata bene anche stavolta.
Mi piacerebbe tantissimo cogliere l’occasione per fare per un pò l’ammalata, ma non ho tempo.
Ho finalmente preso alcune decisioni circa il mio ciambellesco futuro e devo sbrigare una serie infinita di questioni burocratiche per iniziare nel giro di una settimana uno stage in Prefettura.
Ci ho ragionato un sacco, mi sembra una buona opportunità, e poi è ora di assecondare un pò quel che offre il destino, smetterla di risparmiarmi.
D’altronde quando ti senti chiamare Dottoressa senza nemmeno esserlo ancora, mica puoi dire di no.

Mi è soggiunto proprio ora il pensiero angosciante che se mi fosse successo qualcosa l’ultimo post di questo blog sarebbe stato su Buttiglione e la sua ingordigia da gelato. Che schifo!

clap your hands say yeah!

La situazione è questa: ti sei svegliata alle undici, mangi ciliegie ascoltando i Clap your hands say Yeah! e non hai per nulla l’aria di una che domani ha un esame.
Però ce l’hai, domani, un esame.

Ma non voglio fare la splendida, in realtà da dieci giorni vivo sui libri e quindi ho la coscienza pressochè immacolata, solo che oggi è domenica e ormai è scientifico che io la domenica non abbia voglia di combinare un bel niente.
Mi sono fatta tagliare via due centimetri di capelli ed è come se in questo modo volessi che tutto restasse immutato così com’è, esattamente precisamente com’è ORA.
E ho appeso in camera un enorme quadro di plexiglass riempito delle facce sorridenti delle persone a cui voglio bene. Ogni tanto lo guardo e mi sento felice, felice di tutti loro, e di me.

Adesso devo raccogliere la forza morale necessaria e tentare di far somigliare questa domenica sonnolenta ad un "giorno prima dell’esame", spaventarmi un pò, pentirmi di quel che non ho fatto, invocare l’aiuto divino, sentirmi colpevole, andare a lamentarmi un pò dalla mamma.