Category Archives: fotografie

Bologna-Ancona-Patrasso-Killyni-Zakynthos-Kyllini-Patrasso-Igoumenitsa-
Kerkyra-Igoumenitsa-Bari-Dubrovnik-Mostar-Sarajevo-Spalato-Ancona-Bologna.

Potrebbero volerci migliaia di righe per annotare anche solo una minuscola parte di tutto questo viaggio
 splendido e lungo.
Impossibile, invece, comprendere in un solo racconto tutto quanto va dalla pace quieta di due persone
che fanno il morto sulla superficie caldissima del mare greco, al suo opposto: la soddisfazione stanca,
sudata e lercia di arrivare in Bosnia nonostante i traghetti mancanti, i treni a vapore, i bus notturni, eccetera.
In mezzo, il mondo intero, o qualcosa di molto simile.

L’avevamo desiderato e pensato come un viaggio di contrasti, un mix di cose diversissime che però
sentivamo di poter amare con la stessa intensità; non immaginavo quanto tutto questo si sarebbe poi
mescolato nella mia testa, per diventare una sola unica cosa, un’unica umanità che contiene il micino nero
e magrissimo di Corfù, i segni indelebili della guerra sui muri di Sarajevo, il venditore di cartoline della
stazione di Mostar, la Lula, l’odore umido dei panni stesi tra una casa e l’altra, i banchetti del miele,
le tartarughe, la ragazza canadese, gli zingarelli scalzi, il nonnetto bosniaco, il mare più bello mai visto,
la stanchezza, il caldo, le risate.
Un bestiario meraviglioso e struggente, talvolta buffissimo, talvolta anche doloroso, commovente, eterno.
E’ stato un viaggio incredibile, e noi siamo stati bravi.
Guardo le fotografie, ritrovo Grecia, Croazia e Bosnia; ma per me, nonostante le differenze, questi nomi
non significano più molto. Esiste un tutt’uno, esiste il nostro viaggio, ed esistono tutte quelle persone
che abbiamo incontrato, che abbiamo trovato amabili o detestato, con cui abbiamo condiviso
i cinque minuti di qualcosa o le lunghe ore di una traversata passaggio ponte.
Sola nella semplicità di casa, mi sento stranissima. Per tanti giorni siamo stati in due, a dividerci angoli
di paradiso e difficoltà, e adesso mi manchi, mi manca il mio compagno di viaggio, le nostre cose, i baci.

[ La prima notte a Sarajevo il canto pesante e trascinato dei muezzin mi ha svegliata di colpo.
Mi sono tirata su, piena di suggestione, ho sbirciato con un velo d’ansia la finestra sul tetto,
spalancata sul nero punteggiato di stelle, e ho ascoltato quell’incrocio di canto e preghiera
provenire fortissimo da tutte le moschee della città.
Era la Bosnia, ma poteva essere qualsiasi posto del mondo: Istanbul, Damasco, Amman.
Mi sono raggomitolata vicino a te che mi batteva ancora forte il cuore. ]

rane cubane, amari averna, e bolle di sapone

Stringere un buffo sodalizio con una naturalista esperta di rane cubane e finita chissà come nel Grande Gruppo Finanziario. Tornare dalla pausa pranzo ubriache di amaro Averna, e ridere di cose scemissime, pensando che un’amica mi manca proprio tanto.

Giocare con le bolle di sapone sdraiati sul letto, io e te. Scattarti fotografie, e pensare al tuo compleanno…

Praga, penultima parte.

 

Facendo il punto della situazione è la sera del 2 gennaio duemilanove, siamo partiti il 28 dicembre quindi siamo a Praga da 5 giorni. Abbiamo consolidato le nostre abitudini e personalmente ci sguazzo dentro meravigliosamente. Siamo contenti e riposati, perchè non abbiamo fatto del turismo di quantità ma di qualità, e ragioniamo nell’ottica che se non vedremo qualcosa sarà un buon motivo per tornare a Praga.
Viviamo in casa con il francese e i due studenti albanesi, e se con i due fratelli albanesi l’interazione è ridotta ad accidentali incontri in cucina, il francese non si è proprio mai visto.
Una notte ho visto la luce della sua stanza accesa, quindi so che c’è, ma è una specie di fantasma inesistente. Iniziamo a fare congetture sulla sua reale identità. Quando mangia? Quando va a farsi la doccia? .
Non si può dire che i coinquilini ci diano fastidio.
Oltre all’abitudine di chiudersi in camera appena varchiamo la soglia di casa, hanno il frigo vuoto, non usano lo scottex, e sembrano vivere di cetrioli. Poi scopriamo che fanno un’altra cosa meravigliosa: lavano decine e decine di paia di calzini tutti insieme (lo faranno 3-4 volte all’anno?), poi li mettono tutti infilati nelle fessure del termosifone ad asciugare. Un giorno è comparso ai nostri occhi questo termosifone stipato di un centinaio di calzetti tutti appallottolati, e io sia stramaledetta per non averlo fotografato perchè era bellissimo.

Quindi il due di gennaio siamo ormai abituati agli inquilini e a tante altre cose, non beviamo acqua da tempo immemorabile avendo sviluppato una insana passione per la birra ceca, mangiamo molto bene anche se con un chiaro sovradosaggio di proteine animali, e stiamo scattando un numero indecente di fotografie.
L’unica cosa che ci manca è un pò di buona musica, perchè a parte il miniscolo miracolo dei Belle&Sebastian dentro alla libreria inglese e i canti popolari da fisarmonica, non c’è stato verso di sentire una nota decente.
E’ così, con ingenuità, che finiamo alla serata anni ’80-’90 del Lucerna.
Per entrare si paga un centinaio di corone, 4 euro o giù di lì, il guardaroba ne costa 20 (80 centesimi?), e il locale è su due piani di cui uno è fatto solo per sbirciare la gente in pista.

Entriamo ed è panico immediato.
E’ la Macarena, questa? E questo è veramente Mambo n.5? Stanno realmente ballando e cantando Ricky Martin? C’è nell’aria un’ignoranza letale, ma non in senso buono.
Un gruppo di ragazzi inglesi entra e compare immediatamente sul loro volto una faccia terrorizzata.
Un altro arriva con la ragazza e si mette le mani nei capelli per la disperazione.
Brit Pop? L’inghilterra degli anni ottanta???
Io mi metterei a piangere ma poi succede qualcosa che cambia tutto: parte Mamma Maria dei RICCHI E POVERI, sul  megaschermo scorre persino il video, e la gente è contentissima e canta a squarciagola in italiano-ceco

…un gatto bianco con gli occhi bluuuu!!
un vecchio vaso sulla tivùùù!!

Guardo A., lui mi guarda, ridiamo e ci viene in mente come un fulmine a ciel sereno Tatranky degli Offlaga, ci diamo degli idioti per non aver capito prima, e decidiamo (decidiamo) che tutto ciò è talmente brutto da essere praticamente  bellissimo.
Passiamo il resto della notte sculettando, bevendo birra, e additando con pochissima buona educazione tutta la gente presente. La situazione musicale migliora un pò, e ci vengono elargiti i Queen e persino la persecuzione di tutti i nostri viaggi: i Depeche Mode.
Soltanto verso le due, dopo Barbie Girl e non so che altro, cediamo. O almeno, io cedo.
Non fumo e ho fumato 4 sigarette, ho bevuto due birre, abbiamo fotografato un pò di "raffinate" donne russe-ceche. Può bastare, anche se dentro di me so che una serata così trash è impagabile.

La mattina dopo splende il sole, il termometro segna -7° C, ed è il nostro ultimo giorno di vita praghese. Prendiamo la funicolare che porta alla bellissima collina di Petřín, sulla cui cima c’è la torre Petrínská rozhledna una copia della tour Eiffel costruita a Praga nel 1891 in occasione di non ricordo quale esposizione. La collina è un enorme parco con vista sulla città, e penso che d’estate deve essere davvero bello venire quassù a prendere un pò d’aria fresca. Saliamo sulla torre e vediamo quella che è probabilmente la vista di Praga più alta che si possa avere, e sotto il sole la città con i tetti bianchi è un incanto. Poi ci incamminiamo per un sentiero che costeggia il parco e arriva fino alla collina del castello, e durante questo tragitto facciamo una mini gara di corsa con un bambino di sei anni che non sa perdere e ci fa una linguaccia terribile.
Arriviamo al Monastero di Strahov dove entriamo per vedere le due meravigliose biblioteche dei monaci, e all’ingresso l’addetta alla biglietteria ci pone una strana domanda: "Intendete fare fotografie?". Getto uno sguardo ad A. che ha appesa al collo la poco discreta Canon e che con una spudoratezza inaudita sta dicendo che non intendiamo fare fotografie. Paghiamo le 50 corone del biglietto studenti e nel fare questo ci accorgiamo che sono previste ulteriori 50 corone nel caso uno voglia scattare le benedette fotografie.
Mi sembra una cosa assai buffa. Intanto saliamo e, tra fossili e altre diavolerie essiccate, ci troviamo davanti la bellezza sconcertante della Sala Filosofica e della Sala Teologica. Quest’ultima poi, è bella da commuovere, con i mappamondi di legno che perderei una giornata a guardarli.

Non ci è chiaro quale sia il segno di riconoscimento per chi ha pagato il biglietto anche per la macchina fotografica, ma deve essere una cosa molto evidente perchè una ragazza che evidentemente non lo possiede viene cazziata di brutto da una delle signore addette al controllo delle sale. Noi approfittiamo di questo momento per scattare fotografie a casaccio, fingendo una tragica tosse per coprire il cickcick della reflex. Tutto questo traffico segreto mi fa sentire una bandita e la cosa mi piace moltissimo.

Dalla collina del castello dobbiamo scendere fino alla città vecchia, sta tramontando il sole e una luce rosa tinge il cielo. Passano stormi di uccelli neri, come esuli pensieri nel vespero migrar. Che mi venga in mente Carducci a Praga è una vera indecenza e taccio la cosa al mio compagno di viaggio (ora però lo saprà, temo).
Fa freddo e ci fermiamo a bere dello svaràk bollente, che è una sorta di vin brulè che scalda tantissimo e che viene venduto in moltissimi banchetti ad ogni angolo di strada.
Sono circa le cinque del pomeriggio, il tramonto rosa continua e tinge il fiume, so che domani dobbiamo partire ma mi sento felice ugualmente. E’ andato tutto così bene, è stato un meraviglioso inizio d’anno.

Improvvisamente bisogna pensare alle cose da fare, allo zaino da ricostruire in un qualche modo inventando spazio per tutte le scemate che ci siamo comprati e i boccali di birra rubati, alle cose da mangiare per il lungo viaggio che ci aspetta, alle cartoline da imbucare…
Non mi dispiace partire, ma vorrei non fosse per tornare a casa. O forse vorrei tornare a casa sapendo di ripartire due giorni dopo per un qualsiasi altro luogo. Vorrei tornare per andarmene ancora. E poi tornare e via così, ma forse non si può, non può essere sempre una partenza.

Ho quasi finito.


Praga, parte quarta.

 

E’ il 2 gennaio, sono le quattordici circa, e aver dormito mille mila ore ci bendispone ad affrontare una questione importante: vogliamo noi tornare a casa, prima o poi? Lo vogliamo, sì, anche se non nell’immediato. Allora raggiungiamo la stazione ferroviaria Praha hlavní nádraží , che non è quella del nostro arrivo ma è più centrale.

Siamo prevenuti e un pò preoccupati perchè quando siamo venuti l’altro giorno è stato subito un gran casino: non si capiva niente, la stazione è fatta male, ci sono cinquemila uffici informazioni dove però ti dicono che le informazioni le devi chiedere da un’altra parte, al piano di sopra, al piano di sotto, no al piano di sopra, non qui, di là, non qua, non da me, io non parlo inglese, vada laggiù. Infine avevamo trovato la biglietteria internazionale, dove c’era una fila colossale su due sportelli, e ci eravamo messi in coda in quello che ostentava i simboli delle carte di credito.
Dopo mezzora di fila avevamo scoperto che lo sportello che ostentava i simboli delle carte di credito momentaneamente non accettava carte di credito. Giusto. Rifare la coda dall’altra parte.
Arrivati al dunque ci eravamo sentiti dire che il treno che noi avevamo intenzione di prendere non esisteva. O meglio, per loro non esisteva. "Non lo vedo", "Non esiste". Noi sappiamo che e’ impossibile, perchè da Sturbucks tra un caffè e una fettina di torta ci siamo segnati quegli orari controllando i dati di Trenitalia e delle ferrovie austriache, ma i cechi non lasciano spazio alle tue incredulità, per loro il treno non esiste, punto.

Dopo un giorno di congetture sul perchè e il per come, avevamo capito che per loro quel treno non esisteva semplicemente perchè arrivati a Vienna era necessario cambiare autonomamente stazione ferroviaria da Sud a West, e quindi non risultava come collegamento.
Quest’oggi, quindi, ci facciamo furbi e  ci facciamo fare il semplice biglietto Praga-Vienna per il 4 dicembre, contando di acquistare quello Vienna-Venezia arrivati in Austria.
Ovviamente era come immaginato, questo treno esiste e il biglietto ci viene fatto.
A. lo mette in tasca, sorride e dice che al peggio resteremo un pò a Vienna, io sorrido, dico che non sarebbe male affatto, anche se non credo realmente che possa succedere.

Risolta una parte delle nostre questioni burocratiche possiamo tornare ai nostri giretti, oltretutto ci siamo accorti che Praga non è piccola per niente, che ci sono miliardi di cose da vedere e che i nostri dormini di quindici ore ci hanno tolto tempo.
Andiamo in cerca del Museo del Comunismo, intendendo museo del comunismo in piena accezione ceca: ovvero il museo di quella merda che è stata l’oppressione sovietica.
La Lonely planet dice che si trova in un palazzo fatiscente affianco a piazza Venceslao, ma a noi sembra di non vedere nessunissimo palazzo fatiscente. In effetti non c’è, almeno esternamente, ed è invece in un interno di un palazzo belle epoque come molti altri, però rovinato da negozi trendy e altre diavolerie. Il simbolo del museo è una matrioska con la faccia cattiva, e per arrivarci bisogna salire uno scalone che somiglia a quello di un palazzo della Bologna bene. Arrivati in cima allo scalone un cartello con due frecce indica CASINO’ a sinistra e MUSEO a destra.
Il Museo del Comunismo di fronte ad un casinò? Questa è satira, dannazione.
Facciamo il biglietto studenti che costa 50 corone, visto che il badge dell’Università di Bologna viene accettato in tutto il mondo (tranne a Treviso), ed entriamo in quella che dovrebbe essere la Cecoslovacchia di qualche anno fa. C’è un ammasso incredibile di cimeli trash, A. mi scatta una foto tra il busto di Lenin e una statua di Marx formato gigante, sono perplessa. L’unica cosa che mi colpisce veramente di tutto il museo è un filmato che viene proiettato a ripetizione in una saletta buia, dove musiche tristi accompagnano le immagini delle rivolte, della Primavera, del crollo del regime.
Ecco, io cercavo questo a Praga, lo cercavo nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Ma devo constatare che non esiste più, se non in un filmato proiettato in un museo che ha di fianco un casinò.
Per la prima volta mi viene in mente la canzone degli Offlaga Disco Pax. Le strade della capitale ceca non hanno più niente che rappresenti quei decenni, non ci sono statue, non ci sono simboli, non ci sono nemmeno targhe. Qualche via ha il nome che ricorda una data, o un protagonista, ma un turista nemmeno se ne accorge.
Quel che ti viene sbattuta in faccia è la Praga imperiale, la praga della magnificenza asburgica, e quella dei meravigliosi caffè anni ’30. E’ più facile trovare tracce di secoli fa che dei decenni appena passati, e questo è incredibile. E’ come se ci fosse un vuoto di cinquant’anni che il paese ha voluto scordare, cosa che mi appare comprensibile ma anche triste.

Quando più tardi camminiamo tra le vetrine al neon di piazza Venceslao,  A., che deve aver rimurginato cose simili, mi dice: "Non è incredibile che questa sia la stessa piazza dove quei ragazzi del filmato si facevano massacrare per la libertà?". Annuisco e mi guardo intorno: hotel a cinque stelle, il palazzo a cinque piani di una discoteca che piace solo ai tamarri italiani, paninari, centinaia di agenzie di cambio. E la gente. Che poi la gente di Praga sembra non esserci, ma magari è solo un’impressione. Quei pochi che riconosci ti sembrano un pò volgari e superficiali, come se avessero assunto i peggiori difetti dei peggiori visitatori occidentali che hanno avuto.

Poi magari c’è la ragazza di un negozio di pupazzi fatti a mano che è talmente gentile che te la porteresti a casa. E magari c’è la cameriera del caffè del Municipio che ha l’aria stanca e le diresti di sedersi.
C’è di tutto, a Praga, ma se proprio dovessi esprimere un’opinione qualunquista sui cechi (senza ambire a dire qualcosa di vero o giusto) direi che sono asciutti, quasi sgarbati, e che forse hanno semplicemente voglia di fare anche loro un pò della vita banalmente superficiale che le nostre metropoli ci offrono da decenni.

Nel frattempo, fra questi giri e questi pensieri di sociologia spicciola, è venuta sera e ha cominciato a nevicare. Ne siamo felici, è bella la neve su Praga, e non ti fa nemmeno venire voglia di chiuderti da qualche parte. Anzi, già che ci siamo saliamo sulla torre della città vecchia, percorrendo una pedana a chiocciola moderna e ben fatta. Arriviamo in cima e sotto c’è la città illuminata che pian piano si copre di bianco, i fiocchi ci arrivano in faccia, è una sensazione piacevole e non so perchè ma lassù fa persino caldo. Ci sbaciucchiamo sbirciando i tetti e quelli che somigliano moltissimo a dei boulevardes parigini, scattiamo foto e perdiamo tempo.
Ceniamo in un ristorante ampiamente consigliato da una marea di persone. E’ imbucato in una zona centralissima ma un pò nascosta, si chiama Restaurace U Knihovny, pare si mangi benissimo e a prezzi molto contenuti. Lo troviamo, è un posto normalissimo, non bello come certi altri, ma ci offrirà la serata gastronomicamente migliore di tutta la nostra permanenza.
Siccome costa una miseria ci facciamo prendere dall’entusiasmo e ordiniamo due antipasti da dividere e due piatti principali, più le crocchette di patate che a Praga fanno ovunque e i gnocchi di pane, anch’essi tipici.
Dopo il camembert fritto annegato di salsa di mirtilli (eccezionale), e il mix di formaggi, io sono già stesa. Arriva tutto il resto e mi viene da piangere. Come farò? Cerco di ingozzare A., ma anche lui è pieno. Guardo con tristezza il mio meraviglioso piatto di carne e salsine, le crocchette, i gnocchetti… Mi prende un orribile senso di colpa, penso ai bambini africani, ai bambini cecoslovacchi dell’epoca comunista, alla guerra, alle razioni K… una tragedia immensa! Una tragedia che però ci costa assai poco.
Usciamo sconfitti ma contenti, e ci accorgiamo che qualcuno ha scritto sulla neve "Good Food"  indicando con una freccia il ristorante;  la solidarietà tra turisti può essere molto commovente.

Quella che segue la mangiata colossale non è stata una serata normale: è stata la serata del Lucerna.
La questione non è semplice come sembra, non abbiamo semplicemente scazzato posto, non abbiamo semplicemente mal valutato un locale.
Tutto è cominciato nei pochi giorni che sono intercorsi tra il momento in cui A. mi ha sottoposto un biglietto con una foto di Praga, una data di partenza imminente, un enorme punto interrogativo a indicare l’assenza di un ritorno, e in fondo la sibillina domanda "Accetta?"
Tralasciando la parte scontata in cui io rispondo, sono cominciati tre giorni di infruttuose ricerche circa serate indie, concerti indie, locali vagamente indie, o anche solo vagamente alternativi in quel di Praga. Non troviamo niente, ma pensiamo che magari arrivati in Repubblica Ceca ci saremmo impossessati di uno di quei bellissimi giornaletti che tutte le città del mondo possiedono, del genere Praha 2Night, What to do in Praha, e che lì ci sarebbe sicuramente stato qualcosa per noi.
Purtroppo no. Niente giornaletti, niente concertini indie, niente musica alternativa, niente di niente di niente. Solo house, discoteche tamarre e un pò di pessimo hip hop.

Ed è così che ci facciamo abbindolare dalla prima cosa che non includa la parola house o la parola Hip Hop: la famigerata serata anni ’80-’90 al Lucerna. La Lonely Planet peggiora le cose sentenziando che "sarà come essere nella Londra degli anni ’80".
Pensiamo: "Sticazzi! I Cure, I New Order…al peggio del peggio il brit pop! Andiamo!"

Dimentichiamo una sola cosa, l’unica importante: la canzone Tatranky degli Offlaga Disco Pax.

(…)

Praga, parte terza

   

Temo di doverla finire con questo resoconto giornaliero della mia vita praghese, o questo pseudoracconto di viaggio diventerà un vero racconto di viaggio, un racconto di cui non frega niente a nessuno per altro.
Perciò temo di dover riassumere ancora di più di quanto già non stia facendo, e quindi irrimediabilmente ignorare fatti e posti. Ma come si fa? Come si fa a non parlare di come ci si sente a fare colazione alle due del pomeriggio alla Obecní dům, immensa sala da the belle epoque al piano terra del Municipio di Praga? Pianoforte e tromba che accompagnano il walzer dei camerieri in livrea, fette di torta, strudel caldo con pallina di gelato, l’atmosfera grandiosa e i lampadari immensi. E così arriva il cameriere e dice "Sir" e "Madam", e tu metti su una tale faccetta da nobiltà fin de siècle che solo per quella Marx ti avrebbe fatto impiccare, però sei una nobildonna cortese che dice thank’you tante volte e lascia cospicua mancia, e anche il Sir è un Sir di tutto rispetto, e ti piace come fuma la sua sigaretta, e ti piace persino come beve il caffè.
E’ la sera dell’ultimo dell’anno, a Praga fa sempre più freddo, compro la cuffietta, torniamo da Sturbucks e verifichiamo se effettivamente l’unica musica ascoltabile in Repubblica Ceca è la house. E sì, è la house.
Facciamo un dormino che dura fino alle ventitre circa, giusto in tempo per correre in piazza Venceslao a vedere i fuochi d’artificio della mezzanotte. La lunga piazza di Praga è stipata di persone, ma soprattutto sembra una specie di campo di battaglia in cui centinaia di persone fanno esplodere fuochi di proporzione spaventosa. Delle specie di bombe in mezzo alla folla, una cosa mai vista, da fare invidia a qualunque capodanno cinese. In tutto questo bum bam bom la mezzanotte arriva e nemmeno si nota la differenza, è un continuum di scoppi e colori e riflessi sugli immensi palazzi barocchi degli hotel di lusso.
Abbiamo un sigaro e uno spumante Bohemian Sekt comprato da Tesco in grande offerta. E’ delizioso, o non lo so, magari semplicemente mi appare delizioso, ma la sostanza è la stessa.
Acquistiamo due spicchi di pizza con pollo, una cosa che a pensarci adesso ho i brividi, gironzoliamo, evitiamo locali, entriamo in un locale dove un australiano ci impezza e continua a ripetere che lui e la sua ragazza vivono a Londra, poi si imbarca in discorsi strani, di cui verso la fine perdo il filo. A. annuisce dicendo "si si…" il che mi rassicura moltissimo, nonostante io non abbia compreso quale sia il soggetto della frase.
Continuiamo la serata in un bar che batte bandiera australiana, sulla cui porta compare Dino che a Bologna non vedo mai e che fa ridere incontrare in Repubblica Ceca. Ci confidiamo un disperato amore per i trldo e un colpo di fulmine con Praga tutta.
A. ha in testa un colbacco bellissimo, praticamente non beviamo acqua da due giorni, io vengo immortalata dal fotografo del locale che mi dice qualcosa in ceco.
Sono quasi le quattro del mattino, rubiamo un boccale, ed inizia così il duemilaenove.

 

La mattina dopo ci svegliamo a orari indecenti, il cielo è grigio e il termometro segna -5° centrigradi. Mentre percorriamo il ponte che va a Mala Strana vedo nuotare nel fiume qualcosa che ad una prima occhiata mi sembra una enorme anatra. Ci affacciamo e vediamo un’altra enorme papera dalle fattezze umane emergere dall’acqua e risalire l’argine. E’ un uomo nudo, con la pelle viola dal freddo, e anche l’altra papera è in realtà un uomo! Nello stradellino li attendono dei bambini vestiti con le tute da sci, e degli adulti di cui alcuni intenti ad asciugarsi e rivestirsi. Una signora insospettabile si china e mostra il sedere nudo, A. scatta una foto, l’Ercule che è emerso poco prima dalle acque si è messo a correre avanti e indietro (sempre nudo). 
Visitiamo Kampa, andiamo in stazione e scopriamo che tornare a casa è improvvisamente molto complicato ma confidiamo di rimediare il giorno dopo; intanto, siccome il primo pessimo incontro con i dipendenti delle ferrovie ceche ci ha stremati, mangiamo una schifezza locale che ha tutto l’aspetto di una crescentina fritta con sopra il ketchup, e ci ritiriamo per un breve dormino precena. Sono le 21 circa.

Ci risvegliamo quindici ore dopo, ho sognato l’impossibile, A. ha sognato i Pooh che gli rubavano l’idea per una canzone (o qualcosa del genere) più, sostiene, tutte le persone che conosce.
A. indossa i pantaloni normali e la maglia del pigiama e io ho mezzo pigiama e mezzo no.
Siamo un pò schifati da noi stessi e un pò orgogliosissimi.

Giuro che finisco.

Praga, parte prima

E’ la notte della partenza e io sono in fermento da ore: il treno notturno mi appare come un luogo eccitante e pieno di possibilità, e il viaggio somiglia nella mia testa ad una meravigliosa avventura.
 Sono le dieci di sera, ci vorrà una notte intera per arrivare a Vienna, e io ne sono entusiasta, immaginando ore ed ore di pensieri e sogni, cullata dallo sferrragliare sulle rotaie.
  Sistemiamo gli zaini sopra i letti, A. saltella per il treno mentre io gli scatto fotografie sceme, esploriamo il mondo compreso tra i dieci metri a destra e i dieci metri a sinistra della cuccetta che condividiamo con due ragazzi di Firenze che sleggiucchiano una guida di Vienna. Torniamo dentro e ci sediamo.
  Mi sfilo gli stivaletti e incrocio le gambe neanche avessi cinque anni, parlottiamo, immaginiamo, sorridiamo, e infine ci addormentiamo appiccicati sullo stesso strettissimo letto.
Mi risveglio alle cinque del mattino, e sono finita non so come sul letto di sopra. Ho freddo e guardando fuori vedo scorrere una strada che costeggia la ferrovia: è tutto bianco di neve, persino il distributore di benzina, ma dove non ci sono lampioni è come annegare in un mare d’inchiostro. Scrivo qualche riga, tutti dormono, riappoggio la testa sul microcuscino sottiletta fornito dalle ferrovie austriache e mi riaddormento.
La mattina apro gli occhi e sono, non so come, di nuovo al piano di sotto, appiccicata ad A.
Scendiamo a Vienna dove dobbiamo prendere il treno per Praga e nella sala d’aspetto della stazione risuona un gigantesco e italianissimo "VAF-FAN-CU-LO!!" di cui non mi riuscirà di scovare l’origine.
La signora austriaca addetta alla toilette è grassa e fuma come un omaccione. Riscuote i miei 50 centesimi con la faccia più cattiva che io abbia mai visto, poi, siccome sbaglio e mi infilo in quella riservata ai fumatori, lei mi insegue e mi sgrida in tedesco strettissimo.
Vienna inizia a starmi un pò sul cazzo, però sono talmente contenta che faccio finta di nulla (al ritorno capirò che ero stata ingenua: Vienna DOVEVA starmi sul cazzo, solo che ancora non lo sapevo).
Seguono ore di viaggio tra campi giallo pallido, cascine di legno lungo il fiume, improvvisi agglomerati abitativi creati da un’edilizia assai poco illuminata, il tutto sotto un sole promettente.
La Boemia mi scorre davanti agli occhi, scrivo, ascolto Yeah Yeah Yeah Song dei Flaming Lips che mi appare miracolosa, A. disegna cagnetti cinesi, e i cinesi veri affianco a noi mangiano panini con la cotoletta che normalmente mi farebbero vomitare ma in questo specifico momento mi fanno invidia.
Arrivati a Praga prelevo al bancomat 6000 corone ceche e mi sento ricchissima, solo che nessuno al mondo vuole cambiarci banconote da 1000 corone e allora penso che essere ricchissimi è come essere poverissimi perchè non possiamo fare niente di niente, nemmeno comprare un bigliettino per la metro. Con lieve fastidio siamo costretti a cambiare i soldi al Mac Donalds comprando french fries di cui non abbiamo nemmeno troppa voglia: è la globalizzazione che ci viene in soccorso e fa un effetto strano.
Quella che sarà la nostra casa praghese è al numero 6 di una piccola strada ciottolosa che si chiama Voršilská, nel centro più centro della città, tra la Nunziatura apostolica e l’ambasciata messicana.
Tereza, l’affittatrice di camere in nero, ci aspetta davanti al portone fumando nervosamente, ci mostra l’appartamento e con modi frettolosi ci informa c
he i nostri coinquilini sono un francese e due studenti albanesi. Simpaticissimi, dice. Nei giorni successivi, davanti al buffo fenomeno di porte che si chiudono rumorosamente e con un tempismo eccellente al nostro semplice ingresso in casa, considero che il concetto di simpatia è qualcosa di molto molto soggettivo.
Ma chissenefrega, è il 29 dicembre e mi sembra che Praga sia ai miei piedi.
Ceniamo al Hostinec U Kalicha, il luogo dove sono iniziate le avventure del buon soldato Švejk nel romanzo di Jaroslav Hašek. Io sono affascinata da tutto quanto, il locale è pienissimo, tutti bevono birra ceca eccellente e ridono forte, la carne annegata di salsa ai funghi è deliziosa.
Lo guardo e sono felice. Ho in mente le luci, i ponti sulla Moldava, i caffè belle epoque, le stradine silenziose, e tutti i giorni a venire da spendere nel migliore dei modi possibili.
Non avere un biglietto di ritorno mi sembra un’idea meravigliosa.

rebus sic stantibus

Questa notte, più precisamente nel cuore della notte, ricordo di aver fatto un pensiero intelligentissimo e di aver pensato: adesso accendo la luce e lo scrivo da qualche parte. Però alzarmi-accendere la luce-scrivere, mi è sembrata una sequenza di azioni faticosissime e ho lasciato perdere convinta di ricordare tutto perfettamente.

In realtà questa mattina non ricordo quasi nulla, se non che il pensiero girava intorno alla considerazione che sono una persona viziata. Ma, ecco, non era un pensiero punitivo. Era una sorta di presa d’atto di certe cose, come a dire che stando così le cose mica posso farci niente, mica è colpa mia.
Però la versione notturna di tutto ciò era molto più elaborata, e andava anche nello specifico.

Oggi ho deciso che non mangerò, tanto non ho fame. Ho di sfondo al computer una foto della fermata del metrò di Falguière, tutti mi chiedono quando mi laureo, ho comprato una polo a righine che assumerei a mia divisa ufficiale se soltanto non fossi la vanitosa che sono, e ho voglia di una marea di cose che però devono aspettare.

falg