Certificazioni

Strani giorni gelidi, immersi nel buio del mattino e nel buio della sera, spesso senza soluzione di continuità. Sto bene, ma sono stanchissima, vorrei dormire per settimane intere, svegliarmi a primavera.

Ho una nostalgia struggente della luce del deserto californiano, delle rocce dorate con gli airstream argentati in mezzo ai cactus, del cielo azzurro di San Francisco e delle colline verdi di Los Angeles. Mi manca il sapore del ramen di Silverlake, le strade immense, l’opossum circospetto nel giardino, i colibrì, le foche, la nostra libertà. E’ stato uno dei viaggi più belli di sempre, roba da morirci di felicità.

Per il resto dell’inverno, posso solo fare tesoro delle estemporanee albe arancioni che incontro sopra la ferrovia, andando al lavoro, o dei cieli blu cobalto delle 18, quegli strambi sfondi da presepe che si fissano dietro i tetti e le torri del centro, mentre torno a casa.
Non è comunque poco, sono bellissimi.

In generale posso certificare con la massima convinzione di essere diventata grande.

Le migrazioni, i cieli pallidi, Bologna in grigio, gli anziani con la faccia smarrita dentro l’apple store. Girare per la città dopo il lavoro è come salire su una giostra. È quasi novembre, la città a novembre è bellissima, palette dal bianco al mattone, umido nelle ossa che quasi ti senti un tutt’uno con i muri, tutta una reminiscenza di mille momenti adolescenziali, un mix portentoso di inadeguatezza e familiarità, cioè casa.

Mi sveglio con il buio e te accanto, vorrei solo tirarmi il piumone sulla testa e restare per sempre così sommersi, caldissimi, protetti. Al lavoro nel bel mezzo di tante cose sento all’improvviso l’urgenza di una sensazione che non so tradurre ma è qualcosa che conosco, la nostalgia di momenti non ben definiti, in cui molto plausibilmente sono con te, lontano, in pace.

Agosto.

I cani – Sparire 

 A zonzo per l’Egeo abbiamo ripreso vita, ammutoliti sotto i suoi cieli stellati immensi, sott’acqua con i suoni ovattati dentro ad un mare turchese, con la mente sgombra, concentrata solo sulle piccole e immediate gioie e sui concreti godimenti del corpo: mangiare bene, dormire tanto, scaldare la pelle al sole fino a che non brucia, stringersi, essere ignoranti, piegarsi dal male che fanno i ciottoli sulle piante dei piedi, fare sogni lunghi.

E’ stata una prima metà d’anno faticosa e tristissima, perché Polpetta non stava bene e non camminava più. Non saprei trovare le parole per spiegare l’angoscia di vedere stare male un essere vivente che ami e che non può decidere per sé, quando non sai come fare e comunque fai sbagli.

Poi la pulce è stata operata, è andata bene, e moltissime cose sono tornate al loro posto. Non ho mai scritto, avrei voluto tante volte, ma a tratti è come se non fossi più capace o non ne avessi più la forza.

Sono solo stanca, probabilmente. Penso sempre più spesso all’idea di prendermi una pausa dal lavoro, di prendermi del tempo per non pensare.

Ho quasi trentadue anni, ho ancora i miei nonni, una cagnetta nella terza età, una mamma e un papà magari da portare in aereo per la prima volta. Vorrei passare più tempo con loro, non accumulare rimorsi. Passare più tempo con l’amore della mia vita, vedere altro mondo insieme, vedere insieme per la milionesima volta la strada dietro casa. 

tipo duemilasedici.

we’re all the way – eric clapton

Da quanto tempo non scrivo? Potrebbero essere sei mesi, o forse persino un milione di anni. Ho tentato molte volte di farlo, ma non ero attenta e non avevo tempo, o forse, più onestamente le cose vanno troppo bene perché io abbia necessità di scrivere.

Perché scrivere, almeno per me, è sempre stata soprattutto una necessità. Ho scritto qui sopra per più di un decennio, e l’ho fatto soprattutto quando qualcosa dentro di me urlava in disaccordo con l’esterno, o quando accadevano cose grandiose che non potevo raccontare a nessuno, o quando semplicemente desideravo che accadessero e non osavo dirlo. Quando mi capita di leggere le parole della personcina giovane che sono stata un tempo, provo una profonda tenerezza. Ero ingenua, sciocchina, e tastavo il mondo a modo mio, ma per fortuna avevo coraggio (o incoscienza o intuito, uno dei tre a scelta).

Oggi ogni cosa è allineata perfettamente, non ho niente da chiedere, non ho nient’altro a cui ambire se non che tutto resti immutato nei secoli dei secoli. Ecco perché non scrivo, ed ecco perché ho poco coraggio, oggi. Quando si ha tutto, si ha paura di perdere tutto, legge semplicissima quanto crudele.

È stato un autunno clemente, fatto di poca pioggia e tanti cieli azzurri. Ci ha lasciati il piccolo Scric, che ora riposa nel giardino sotto ad una primula fuxia. Ci sono stati innumerevoli giorni di risvegli faticosi e lavoro, ma anche viaggi splendidi e tanta pace qui in casa, questa casa amatissima in cui passiamo il terzo inverno da “famiglia”. Il tempo non fa altro che volare, e stiamo talmente bene che a volte perdo la percezione di dove finisce A. e dove comincio io, come un innesto di quelli riusciti bene, dove ogni pianta resta quello che è ma diventa anche una cosa nuova e tutta speciale, che non è né solo l’uno né solo l’altro..

Intanto il duemilasedici è iniziato ad un concerto dei Clap Your hands Say Yeah, in una piccola rumorosa sala concerti di Brooklyn, e vorrei tantissimo che il resto dell’anno somigliasse a questo inizio così nostro.

Tempo

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È Luglio, la Grecia è nel baratro, mentre Bologna è immobile, incendiata dal caldo. Noi tre siamo barricati nel fresco artificiale di casa, a dormicchiare, immaginare viaggi scapestrati, e persino a fare portapiante in macramè, ma di quelli facili con i tutorial su YouTube a prova di deficienti che durano tipo quattro minuti e mezzo.

Non scrivo da un sacco, anche se moltissime volte avrei voluto farlo e mi ha fermata banalmente la pigrizia, la fatica di ricordarmi la password del blog o di sbatacchiare i tasti (giuro).

Lo so che sono fatiche di poco conto, ma passando l’intera settimana con la testa completamente assorbita da cose estranee e pressanti, ogni singolo momento di vuoto è un miracolo da celebrare nel silenzio.

Sto bene, la mia famiglia sta bene, sono innamorata, mi sento amata, non ho problemi di denaro e so farmi bastare quello che ho. Bestemmio al lavoro, ma il lavoro c’è e quindi okay. Non chiedo null’altro, nemmeno di fare la creatrice di vasetti di ceramica, che pure sarebbe una figata pazzesca. Va bene così, ecco, proprio così.

È che siccome le cose vanno bene da molto tempo, cioè quantificando da almeno 7-8 anni, ultimamente sto un po’ in guardia, e questa è una cosa che non mi piace. Vorrei prendere il tutto con gratitudine e tranquillità, senza pensare che può solo andare peggio, anche se con ogni evidenza è proprio così.

Questo nostro piccolo mondo incantato, la nostra cagnetta, tu ed io, le coperte di cotone a righine, le mie piante rigogliose, la tua tazzina di ceramica, la luce fondente di questo pomeriggio, persino la polvere sulla libreria e le tegole rosse dei palazzi… Ogni cosa è destinata a finire, un giorno, non è una assurdità?
Non so perché ci penso così spesso, vorrei non farlo.

Mi chiedo quanto possa durare la felicità, quanto possa durare una buona vita, e se è vero che anche fra cent’anni sembrerebbe troppo presto.
Non so a chi chiederlo e non sono sicura che cambierebbe nulla saperlo.

le cinque.

Ah, meraviglio mondo delle cinque del pomeriggio di primavera! ti adoro, ti venero, vivo per te!
Che gioia immensa uscire dal lavoro presto e correre via, attraversare il centro e guardarsi attorno ammirando le cose più superflue e tremende e meravigliose.
La luce intensa di sbieco sui palazzi, i professionisti seri in gabardine e valigetta che tornano a casa leccando il gelato, come bambini, e le ragazze nascoste dietro gli occhiali da sole che chiacchierano di flirt nascenti con compagni di studio segretamente innamorati di loro, e i cani a spasso con la colf filippina, il vento che spazza il cielo, aprile immenso, i fiori dappertutto, gli accertatori della sosta che camminano un po’ curvi sotto il peso del disprezzo collettivo, poveretti, e  la mia lavanda nella sportina della coop che fa odore da qui, e ancora e ancora  tutto quello che ha da venire.

Liste

Che fatica scrivere. Ci provo ma mi riesce faticosissimo, sono sommersa da altro, da palate di superfluo che però, nell’ordine folle delle cose, pare abbiano la priorità. 

È un periodo tranquillo, tutto è al suo posto è semplicemente non c’è tempo. Per cui farò quello che faccio al lavoro quando le cose prendono il sopravvento e non so più dove guardare: faccio una lista. Anzi due. È un tipo di comunicazione un po’ autistica ma meglio che niente. 



5 cose non buone, al momento

  1. è di nuovo inverno
  2.  si prospettano ulteriori cambiamenti lavorativi che boh
  3. non ho sufficiente tempo per praticamente nulla
  4. Sto uccidendo la pachira e non capisco perché 
  5. gli aerei cadono

E 5 cose molto buone

  1. TU, io e la bestia 
  2. E’ primavera, il nostro piccolo melo ha passato l’inverno ed è fiorito!
  3. Il piano ferie, le ferie imminenti, i pensieri sulle ferie future
  4. Sophie Gamand
  5. Aspettiamo una vespa ed è femmina